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Nobutada

Film: “L’ultimo samurai” di Edward Zwick scritto da John Logan.

Personaggio: Nobutada, figlio di Katsumoto.

Interprete: Shin Koyamada.

Scena: liberazione di Katsumoto.

Cosa vuol dire essere samurai?

Servireè uno dei due cardini del samurai: la Lealtà, da applicare in modo gerarchico. I samurai del villaggio servono Katsumoto – il capo-villaggio – il quale serve l’imperatore Meiji. Se quando la squadra di assassini ninja attacca il villaggio tutti sono disposti a morire per salvare Katsumoto, Nobutada in questa scena non è da meno e – per coprire la fuga del suo capo nonché padre – si sacrifica in un modo tanto eroico, da suscitare commozione.

Questa è la sublime manifestazione della “determinazione nella volontà di morire”. In fondo il samurai vive per morire, attendendo l’attimo apicale che può presentarsi da un momento all’altro: il traguardo che sigilla la sua presenza nel mondo e nella storia. A tale scopo il samurai deve comportarsi in modo ineccepibile, seguendo un rigido codice morale, tutto per non avere rimorsi e potersi abbandonare ad una morte onorevole: il sacrificio.
Il secondo cardine è per l’appunto l’onore, un monolito che non può essere scolpito in nessun modo. “La morte in battaglia è una buona morte” – come dice Katsumoto a Taka, per consolarla della morte di Hirohito – la migliore che si possa desiderare. È il coraggio, che rasenta l’avventatezza e sconfina nella follia: la stessa follia che aveva spinto il generale Custer – “un assassino innamorato della propria leggenda”, come lo definisce Nathan La stessa follia che ha spinto – a trascinare i suoi duecentoundici uomini contro duemila indiani infuriati.trecento spartani a tenere testa a un esercito di un milione di persiani, tanto da fargli perdere il gusto di combattere.

La stessa follia che – in uno dei più famosi episodi della storia giapponese (1582) – spinse tutti i samurai di un castello di Uesugi Kagekatsu a compiere seppuku – harakiri, suicidio collettivo – per non essere catturati dalle truppe di Oda Nobunaga e per gridare i propri nomi: il seppuku era infatti la più onorevole delle morti, perché l’addome era visto come il luogo in cui l’anima e gli affetti si incontravano; un ultimo atto di integrità e fede, che apre la porta a quel giardino di eroi che i posteri dovranno continuare a coltivare.

Samuraivuol direservire”, servire l’imperatore lungo il sentiero del guerriero; vuol dire “dedicarsi anima e corpo a una serie di principi morali, cercare il silenzio della mente e cercare di raggiungere la perfezione della via della spada”.

Leggi anche “Nathan”.

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