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Posts Tagged ‘Michael Mann’

Film: “Collateral” di Stuart Beattie (sceneggiatura) e Michael Mann (regia).

Personaggio: Vincent, killer professionista ingaggiato da una banda del narcotraffico.

Interprete: Tom Cruise.

Scena: Vincent sta fuggendo dal “fever club” con Max – il suo chauffeur per quella notte – che ha subito l’ennesimo shock dopo che il killer ha ucciso il poliziotto che tentava di salvarlo. Il trauma proietta il dialogo in una psico-analisi reciproca che è a dir poco magnifica.

Dove siamo?

«Milioni di galassie di centinaia di milioni di stelle, e un puntino che vaga nello spazio: siamo noi, persi per sempre: lo sbirro, tu, io, chi se ne accorge?» ecco il fulcro del pensiero di Vincent.

Nell’età del bronzo – così come per molti secoli a venire – l’uomo credeva che il sole ruotasse intorno alla terra, e aveva perfettamente ragione. Più o meno con la stessa spinta vitale, l’esponente standard del genere umano tende a vivere in modo relativamente stabile all’interno di una città, radicandosi in un pezzo di mondo che diventa il suo mondo e il suo modo di vedere le cose. Il mondo è come lo vediamo, e Vincent lo vede da un punto di vista oggettivato. Il motivo è sotteso alla natura del suo lavoro.

Vincent è un killer a contratto: per prassi professionale viola la regola di base della convivenza sociale per cui l’espressione della propria libertà individuale non deve nuocere a quella altrui. Inoltre il mestiere gli impone di proteggere il suo anonimato, precludendogli l’edificazione di un’identità propria: non può che volare tra una città e l’altra e farsi traghettare – in veste di agente immobiliare – dal Caronte di turno verso i bersagli che gli suggerisce la valigetta, l’unica intermediaria del contratto.

Non ha un porto a cui tornare. Il mondo lo vede di notte dal finestrino dell’aereo o del taxi, non è molto diverso dal coyote che a un certo punto attraversa la strada stranito e buca la notte.

Segue il flusso, come se scorresse in un iperspazio; è questo il quid che lo rende così seducente e dirompente. Ancora una volta gli estremi si toccano e l’incarnazione dell’indifferenza più diafana e affilata si ritira come la marea di fronte alle coincidenze più minimali, che solo lui – così avulso dalla routine – può cogliere e assecondare, in un abbandono così mistico da non potersi ricondurre a determinismi di sorta.

«Perché non mi hai ancora ucciso?» chiede Max. «Tu sei forte, siamo insieme stasera» risponde il tacito fautore del destino, e continua «destini incrociati coincidenze cosmiche, sai, stronzate così» … «questo è il motivo?» «certo, è così, non c’è una ragione: non c’è una buona o una cattiva ragione per vivere o morire».

Per Vincent non c’è proprio una ragione, una raison d’etre. E con essa si dissolve il sentiero della linearità tra il “prima” e il “dopo”, lasciando come residuo solo un “ora” con una piccola cruna evanescente in cui far passare il fil rouge del destino, e intessere quella melodia improvvisata che spicca come un grattacielo sulla radiazione cosmica di fondo.

Chi è lui? Che cosa è? Indifferente in una città indifferente, in cui nessuno conosce nessuno e in cui nessuno si accorge di niente, tanto che un uomo che muore in metro viene scoperto solo dopo ore. Non gli interessa cosa pensa la gente, perché in fondo non sono che passanti che galleggiano come neon sulle strade bagnate dalla notte, oppure ombre negli uffici deserti, prosciugati dal culto del distacco.

Che cosa non vuole essere?

«Specchiati..» dice a Max «tovaglioli di carta, taxi immacolato, un giorno compagnia di limousine, quanto hai da parte?» «non sono affari tuoi» ribatte Max, come se il tasto dolente avesse innescato un meccanismo di difesa «un giorno, un giorno il mio sogno si avvererà? Una notte ti sveglierai e scoprirai che non è mai successo. Sì, ci hai girato intorno, non si è avverato e sei diventato vecchio. Non ha funzionato, ma tanto tu non l’avresti mandato in porto comunque. Lo spingerai nel ricordo, e poi lo rimuoverai sdraiato sulla tua poltrona reclinabile, ipnotizzato dalla tv per il resto della tua vita. Quindi non venirmi a parlare di omicidio.. ciò che volevi era solo un anticipo per una lussuosa Lincoln e per quella ragazza che non hai il coraggio di chiamare. Che cazzo ci fai ancora dentro un taxi, dimmelo!».

È proprio nel suo cinico e mordente criticismo e nei suoi spifferi di agghiacciante inumanità che ci si può sorprendere della potenza del suo discorso, di come la sua morale si erga al di sopra di tutte quelle fragilità congenite che il flusso di coscienza ha scavato in modo così incisivo.

«Siamo noi, persi per sempre» tra le galassie di centinaia di milioni di stelle.

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