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Film: “American Psycho” di Mary Harron tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis.

Personaggio: Patrick Bateman, vicepresidente della P&P e figlio del presidente.

Interprete: Christian Bale.

Scena: scena introduttiva del protagonista.

Esiste veramente Patrick Bateman?

Mi chiamo Patrick Bateman, ho 27 anni. Credo fermamente nella cura della persona, in una dieta bilanciata, nel rigoroso e quotidiano esercizio fisico. La mattina noto, in genere, un certo gonfiore intorno agli occhi. Mi applico un impacco di ghiaccio e passo agli esercizi di stretching. Ne conosco un migliaio. Tolto l’impacco di ghiaccio, mi detergo con una lozione che pulisce i pori in profondità. Per la doccia uso un gel detergente ai principi attivi. Quindi un sapone al miele e mandorle. E per il viso un gel esfoliante. Applico quindi una maschera facciale alle erbe, che lascio agire per dieci minuti, mentre proseguo nella mia routine. Uso sempre una lozione dopobarba con poco o niente alcool, dato che l’alcool secca la pelle e fa apparire più vecchi. Quindi una lozione emolliente, un balsamo antirughe per il contorno degli occhi e infine una lozione protettiva idratante.

La cura della persona per Patrick è sicuramente la priorità assoluta. Come rivela lui stesso la routine mattutina è interamente dedicata a epurare, lucidare, proteggere e scolpire la pelle: lo strato più esterno dell’uomo, che riveste il ruolo di interfaccia privilegiata. Se l’apparenza è ciò che conta, il corpo è l’apparenza più intrinseca dell’uomo e in quanto tale viene elevato a presenza sostanziale. In questo senso non c’è differenza tra Patrick e una statua di Fidia: la pelle marmorea, perfettamente ambrata e levigata in modo da non lasciare il minimo residuo di imperfezione. Lo stesso Paul Allen – la sua nemesi professionale, o meglio una copia più evoluta di se stesso – apprezzerà la sua abbronzatura e l’omosessuale Luis Carruthers, che Patrick considera come “uno stronzo, la più grossa testa di cazzo di New York, uno senza palle sputtanato e testa di cazzo”, non potrà che esserne attratto.

Uno splendore fisico che non lascia trasparire nulla, come una superficie plastica perfettamente riflettente. La pelle – quando non tira di box all’Harvard club o non fa sesso con amanti e prostitute – è adeguatamente supportata dagli abiti di Valentino, gli occhiali di Oliver, l’orologio che vieta di toccare a Sabrina e lo stesso barbiere di Markus Elbestrem, che – se non fosse per il taglio di capelli decisamente peggiore – potrebbe essere tranquillamente scambiato per Patrick, come d’altronde è di fatto, soprattutto da Paul.

Eppure tutto questo non plus ultra esteriore non è che un’avvisaglia di una privazione interiore, un vuoto prodotto nella campana di vetro che probabilmente è il responsabile di quel gonfiore intorno agli occhi che nota ogni mattina. Così “c’è una vaga idea di Patrick Bateman. Una sorta di astrazione”. In realtà non è lui, ma una pura entità, qualcosa di illusorio.

Anche se so mascherare la freddezza del mio sguardo e tu puoi stringermi la mia mano e sentire la mia carne contro la tua e magari perfino arrivare a credere che i nostri stili di vita sono probabilmente comparabili. La verità è che io… non sono… lì.

Il suo corpo è anche il suo nome, che spesso è visto come una persona a sé stante, una persona altra che incombe in lontananza e ora è una nullità, ora è uno stronzo, ora è un compare con cui bere una birra dry o una minerale.

“C’è” nel senso che esiste, ma non è definibile come “essere”: è semplicemente una maschera che si sdoppia nelle superfici con cui viene a contatto, creando un gioco di specchi che è del tutto fine a se stesso.

Leggi anche “Patrick – L’immagine”.

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