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Robert – Atto II

Film: “The Prestige” di Christopher Nolan basato sul romanzo di Christopher Priest.

Personaggio: Robert Angier, mago a tutti gli effetti.

Interprete: Hugh Jackman.

Scena: confronto finale tra Alfred Borden e Robert Angier.

Leggi prima “Robert – Atto I”.

Perché facevano gli illusionisti?

È l’eclissi di Robert Angier e il Grande Danton risplende in tutto il suo intrico di rivalsa professionale. Incontra la scienza nella figura di Nikola Tesla che – come un deux ex machina – gli rivela che “niente è impossibile”, che l’uomo può andare al di là di ciò che può afferrare: deve solo avere il coraggio di afferrarlo, di sostenerne il costo. Qualcuno disse che “il sacrificio è il prezzo di un buon numero”, ebbene per uno spettacolo di vera magia il prezzo è inestimabile e Robert non riesce ad aprire gli occhi.

A nulla serve il monito dello scienziato a distruggere la macchina che ha costruito e gettarla nel più profondo degli oceani e l’unico spiraglio è l’auspicio che abbia più fortuna nel campo dell’illusionismo, dove le persone sono contente di essere mistificate. “Durante i miei viaggi ho visto il futuro e vi assicuro è un futuro strano. Il mondo, signore e signori, è sul punto di scoprire nuove e terrificanti possibilità. Ciò a cui state per assistere non è magia ma pura scienza. L’uomo va al di là di ciò che può afferrare”. No, questa è solo l’anticipazione, la verità è un’altra.

La verità è che ci voleva coraggio a entrare in quella macchina ogni sera senza sapere se sarei stato l’uomo che annegava nella vasca nell’agonia più spietata, o l’uomo del prestigio che accoglieva a braccia aperte l’ovazione del pubblico”. La vera magia ha richiesto come sacrificio le molte vite dei suoi cloni, che ora giacciono come dei manichini nel liquido di contenimento di quel cimitero di vasche. È vero, ha girato mezzo mondo ha speso una fortuna e ha fatto cose terribili per niente, ma Fallon non può capire la natura del suo sacrificio perché non è legato in modo così indissolubile alla magia, come lo era Alfred.

Perché lo facevano? “Il pubblico conosce la verità, il mondo è semplice, miserabile, solido, del tutto reale. Ma se riuscivi a ingannarli, anche per un secondo, allora potevi sorprenderli, allora riuscivi a vedere qualcosa di molto speciale. Davvero non lo sai? Era quello sguardo nei loro volti.. ”

Leggi anche “Alfred

Robert – Atto I

Film: “The Prestige” di Christopher Nolan basato sul romanzo di Christopher Priest.

Personaggio: Robert Angier, frustrato illusionista e meraviglioso intrattenitore.

Interprete: Hugh Jackman.

Scena: confronto finale tra Alfred Borden e Robert Angier.

Qual è l’uomo che interessa?

Illusionisti … gente di spettacolo, uomini che vivono camuffando semplici e talvolta brutali verità per strabiliare e per incantare.

«Io ho fatto dei sacrifici!» dice Robert. Certo, ha cambiato nome, ha chiuso il sipario sul passato, ma non ha mai fatto i sacrifici di cui parla Alfred. Non ha mai dato prova di assoluta abnegazione nei confronti della sua arte, tanto che ammette “non mi ci vedo a vivere una vita fingendo di essere un altro”. Così – a differenza di Alfred – non lo vediamo come un genio puro che vive solo per ciò che gli da vita, ma come un anfibio che non può respirare troppo a lungo l’aria del palcoscenico: ha un bisogno fisiologico di separare il Robert Angier del mondo reale e il “Grande Danton” del mondo creato dalle sue illusioni.

In compenso è proprio grazie a questa dicotomia che rispetto ad Alfred appare più umano, quasi troppo umano. La sua ostinata riluttanza a uccidere le colombe è un indice di quanto senta il peso di un’umanità che deve per forza sporcarsi le mani per raggiungere l’impossibile, l’illusione della vera magia. Il Grande Danton forse non è un grande illusionista come Alfred, ma è senza dubbio un grande uomo di scena:

Sa camuffare un numero, sa come venderlo, sa come cullare il pubblico sul palmo della mano. È per questo che – quando ruba il “trasporto umano” al suo rivale – la sua voce corre più velocemente e le recensioni arrivano ad acclamarlo come il principale artista di Londra: artista in senso generale, che con l’anticipazione del numero riesce a far crescere la suspense e ad amplificare di conseguenza l’ovazione della platea. Ovazione che però è costretto a vivere sotto il palco, dal momento che il sosia non è all’altezza di un eventuale scambio di ruoli. Questo primo sacrificio lo distrugge e comincia a covare l’ossessione di scoprire i metodi di Alfred: “il pubblico è entusiasta ora con la versione di Cutter, ma immagina cosa sarebbe con la vera illusione. Avremmo il più grande numero di magia che il mondo abbia mai visto”.

Non pensa ad altro e non riesce a godersi il piacere del successo. Considera il fatto che “Non interessa l’uomo che sparisce, che va nella botola, a tutti interessa l’uomo che viene fuori dall’altro lato” e non trova altra soluzione se non attuare un altro furto – questa volta il diario cifrato dei segreti di Alfred – ciecamente auto-convinto che nascondano una realtà ai confini della magia. In fondo Robert crede a ciò che vuole credere e ormai la voragine dell’ossessione ha risucchiato anche l’ultimo baluardo della sua umanità, cicatrizzando la ferita che aveva continuato a tenere aperta dalla morte della moglie.

Leggi “Robert – Atto II”.

Alfred

Film: “The Prestige” di Christopher Nolan basato sul romanzo di Christopher Priest.

Personaggio: Alfred Borden, genio dell’illusionismo.

Interprete: Christian Bale.

Scena: confronto finale tra Alfred Borden e Robert Angier.

Le ultime parole di un grande illusionista.

Non dirlo mai a nessuno. Ti pregheranno di svelare il segreto, ma appena glielo dirai non conterai più niente. Il segreto non fa colpo su nessuno, il trucco che c’è dietro invece è ciò che conta.

Alfred e Fallon sono due fratelli gemelli, legati dal sangue e dal segreto del più straordinario numero di illusionismo che sia mai stato concepito: il trasporto umano. Non esistono trucchi magici in sé e in questo caso il trucco è semplice: usare un sosia. Semplice sì, ma non facile. Non c’è niente di facile in due uomini che si dividono la vita, specie quando nutrono interessi privati divergenti. La moglie nota subito quando Borden le dice “ti amo”: «beh certi giorni non è vero e oggi non lo è. Forse oggi sei più innamorato della magia che di me. Per me è bello perché i giorni in cui lo sei sono importanti». Questo tono incoraggiante però ha poco seguito man mano che la moglie si inoltra nella spirale di tormentocontraddittoria di un uomo che desidera ardentemente la vita familiare e il momento dopo generata dalla natura volubile e inveisce contro quella stessa vita, chiedendo libertà.

Un’irrequietudine che si eleva al quadrato non appena Alfred – dapprima votato esclusivamente all’illusionismo – entra in contatto con Olivia, l’ex-assistente di Angier. Arriva ad amarla e a sentire il bisogno di abbandonarsi in quella relazione, che in qualche modo rispecchia l’ebbrezza di un’illusione intrisa di pericoli. In realtà più che un’amante è una complice, la sua complementare nell’arte che ama. Ha bisogno di lei perché sa come vendere i suoi metodi in modo da massimizzare il feedback emotivo del pubblico. Inoltre lo convince a esibire con orgoglio le due falangi che Robert aveva reciso per vendetta nell’esecuzione di un “afferra-proiettile” e che lo rendono unico, dimostrando al pubblico che non usa un sosia.

Un giorno rischia di perdere Fallon e proprio in questa mancata disgrazia, capisce che per lui è la cosa più preziosa, non solo perché depositario del suo più grande segreto, ma perché ne è parte integrante e insostituibile. Ma per la moglie è sempre più difficile giostrarsi nell’umore altalenante del marito, tanto che alla fine riesce a intuire il segreto. Alfred si è tradito. Come? Il trucco per il trasporto umano è invertire le parti e per i due fratelli consiste nell’essere Fallon e Alfred insieme. Si esce a turno dalla porta nel palcoscenico e si vive a turno.

Il problema è che Alfred non ama Sarah, può solo recitare. Purtroppo il requisito di base per introdursi con successo nelle falle della psiche umana è la naturalezza, senza la quale un’azione “truccata” non sarebbe accettata come normale, rivelando la discrepanza e spezzando l’illusione. Certo sia Alfred che Fallon sono abilissimi prestigiatori della psicologia propria e altrui, ma non possono che fallire nella simulazione di un amore che non sentono. «Ognuno di noi aveva metà di una vita che per noi era sufficiente» dice Fallon «per noi ma non per loro».

Sarah si suicida impiccandosi, non riuscendo a vivere in un castello di trucchi, bugie e segreti. Poco dopo Alfred perderà Olivia a causa della scarsa considerazione che dimostra per la morte della moglie e che – agli occhi di quest’ultima – è indice di una “freddezza disumana”. A Borden resta solo il palcoscenico,

ma cos’è veramente la magia per lui? Da quando comincia come assistente di Milton, disapprova e disprezza l’idea per cui il successo è associato direttamente al coricarsi sugli allori e autorizza quindi a riciclare trucchi logori di seconda mano, che sperperano la benevolenza del pubblico nella banalità auto-compiaciuta. I classici sono già visti, superati, ci vuole qualcosa di fresco, come l’afferra-proiettile. Ovvio che è rischioso, ma è proprio il potenziale del rischio ad aumentare la suspense e di conseguenza il senso di meraviglia. Non basta essere un grande uomo di spettacolo per essere un grande illusionista, bisogna sporcarsi le mani, anche del proprio sangue se necessario. Il punto è che un vero illusionista tenta di inventare qualcosa di nuovo perché gli altri illusionisti stiano lì a grattarsi la testa. Ma se Alfred è riuscito a concepire la più grande illusione del palcoscenico è perché ha capito che cosa serve per creare la vera magia ed è il motivo per cui ha scoperto il trucco della vasca dei pesci rossi di Chung Ling Soo.

«Quello è il suo trucco» dice Alfred, vedendo il mago che entrava in carrozza «è la sua vita reale la sua esibizione, ecco perché nessuno capisce il suo metodo: totale devozione alla sua arte, assoluta abnegazione. Sai una cosa? È l’unico modo per fuggire da tutto questo, capisci?». Ma Robert non capisce come un uomo possa fingere di essere storpio da anni, ogni volta che è in pubblico, ogni volta che è in strada, lo trova impensabile. Ma lo capirà, così come imparerà a sporcarsi le mani. «Vedi il sacrificio, Robert, è il prezzo di un buon numero». Eppure alla fine Alfred non riesce a lasciar perdere e nell’unico trucco di Robert che non è riuscito a decifrare (perché non esiste) viene incastrato dal suo acerrimo rivale.

Le ultime parole che pronuncia al fratello sono: «mi dispiace, mi dispiace per tante cose. Mi dispiace per Sarah, non volevo ferirla. Non volevo, ma tu devi vivere la tua vita, capito? Devi vivere per tutti e due. Addio».

Leggi anche “Robert – Atto I

Chris – Atto II

Film: “Match Point” di Woody Allen.

Personaggio: Chris Wilton, ex-tennista-professionista e discepolo del caso.

Interprete: Jonathan Rhys Meyers.

Scena: dialogo finale con le apparizioni di Nola e della vicina.

Leggi prima “Chris – Atto I“.

Una fortuna eccezionale.

Se non che – come una venere – emerge dalle acque una civetta ben più perniciosa: Nola, la fidanzata di Tom. «Tu farai parecchia strada» gli dice «se non rovini tutto provandoci con me». Forse è vero che dall’appagamento di un desiderio scaturisce un nuovo desiderio, ma la ragione di fondo è che quella “parecchia strada” non è lastricata dai meriti o dal talento di Chris, quanto da una fortuna iperbolica che non gli lascia voce in capitolo. Per questo è portato a intraprendere – non appena Tom lascia Nola – una relazione folle e improbabile alle spalle di quel nuovo stile di vita che aveva per così dire ereditato dal destino.

Più avanti, come era prevedibile, il vortice di passione – nel suo continuo auto-dissetarsi – finisce per porre Chris nel dilemma moglie-amante. «Direi che tu non vuoi abbastanza l’altra donna per rinunciare a quello che hai “conquistato”» argomenta quel suo vecchio amico-rivale che sembra tanto la sua coscienza. Non ha più dubbi: il piano all’ordine del giorno è eliminare ciò che è diventato un ostacolo alla sua vita dorata con un mix di ingegno e fucile a canne mozze.

Le sue azioni sono maldestre e piene di buchi, come quelle di qualcuno che implori di essere scoperto e lui stesso pensa “sarebbe appropriato se io venissi preso e punito, almeno ci sarebbe un qualche piccolo segno di giustizia, una qualche piccola quantità di speranza in un possibile significato”, ma niente: i buchi sono immancabilmente colmati dalla fortuna con un pathos drammatico che scolpisce in Chris il ruolo irreversibile di soccombente al potere del caso. Il delitto ha reclamato due innocenti – tra cui il futuro figlio di Chris – e malgrado ciò il puzzle non fa altro che ricomporsi intorno a loro come una ferita che si rimargina.

Le vittime non sono altro che danni collaterali di un disegno più grande, destinato a restare inintellegibile. Non può fare altro che imparare a nascondere lo sporco sotto il tappeto e andare avanti per non essere ulteriormente travolto: il castigo è nell’impossibilità di espiare la colpa.

Incredibile quanto può cambiare la vita se la palla va oltre la rete o ti torna indietro, se un anello non supera la balaustra che da sul tamigi per diventare prova della sua discolpa. È incredibile come ogni senso morale e ogni giustizia più o meno divina si perda a favore del cinismo e del disprezzo. Quale giudizio resta all’uomo per potersi dichiarare vincente o vinto? Nessuno. Se veramente la vita esiste per puro caso, per quanto la gente abbia paura di ammetterlo, non resta che disperarsi o avere fede, credere nella via prospettata, nella soluzione più facile.

Non c’è giusto e sbagliato e le meta-campo sono intercambiabili. Sofocle ha detto che non venire mai alla luce può essere il dono più grande. Chloe ha partorito.

«Questo bambino sarà eccezionale in ogni cosa che vorrà fare» esclama il padre di Chloe, Tom risponde «sai papà, non importa che sia eccezionale, spero solo che sia fortunato». Probabilmente lo sarà. A terence, e che navighi col vento in poppa!

Chris – Atto I

Film: “Match Point” di Woody Allen.

Personaggio: Chris Wilton, ex-tennista-professionista e discepolo del caso.

Interprete: Jonathan Rhys Meyers.

Scena: monologo iniziale.

Una pallina da tennis nella “swinging London”.

Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare quanto sia fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

L’uomo è come una pallina da tennis: non ha una forza propria di locomozione, semplicemente viene lanciato nel campo del mondo, come la gocciolina d’inchiostro fatta cadere nel bicchiere d’acqua. Inizia a diffondersi cozzando con le altre palline secondo l’arbitrio assolutamente parziale del caos – l’invisibile giudice di gara – e finisce per confondersi nella miscela uniforme delle vite umane. A questo punto non esiste più la goccia di inchiostro, non esiste più la pallina: solo l’uomo, come soluzione di continuità tra le palline che entrano in gioco.

In fisica e in varie teorie esiste il concetto di “entropia”, la misura del caos dell’universo. Forse è proprio grazie a questa che si può tratteggiare quel “disegno più grande” che la storia ritaglia intorno ai predestinati. Purtroppo l’“ordine di grandezza” del disordine del mondo è così smisurato che non esisterà mai un supercomputer in grado di venirne a capo. Questo significa che l’uomo non ha la facoltà di conoscere le dinamiche di Dio, può solo confidare che esista sulla base di ciò che non può dominare. Chris Wilton crede in Dio.

Freddo, solido sotto pressione, ma creativo: quasi un poeta della racchetta. Un paio di rimbalzi dall’altra parte e avrebbe battuto le teste di serie, eppure alla domanda “non ti manca il professionismo?” Chris risponde: «ringrazio Dio ogni giorno di aver smesso, detestavo l’intero circuito del tennis». Per essere un Agassi bisogna volerlo davvero e avere un talento del loro calibro.

In realtà Chris confessa di voler fare qualcosa di speciale nella vita, dare il suo contributo. Ha sempre avuto vita facile ed è profondamente convinto di essere il pupillo della fortuna, da quando fu notato da un buon allenatore. Per lui la fortuna è il supremo decisore di ogni azione umana, anche della più impercettibile: è il nastro che nel match point decide le sorti della partita.

Ma la sua vita è troppo facile, troppo lineare e non gli va di proseguire su una strada che la fortuna gli ha spianato dagli esordi. Inoltre prova una smania e una concitazione quasi morbosa nel mettere alla prova la predilezione che la fortuna gli ha sempre riservato, come dire “voglio vedere se – gettando via tutto – mi tieni ancora in considerazione”. In realtà c’è anche una sfumatura di timore in quello che può essere visto come un icarico tentativo di emancipazione dalla quella predestinazione pervasiva che alla fine tende a privare la sua vita di ogni significato.

Si getta così a capofitto nella “swinging London”: in meno di un secondo è istruttore di tennis in un club esclusivo e viene introdotto a Tom, il giovane rampollo di una famiglia piena di soldi con un palco alla Royal Opera House di Covent Garden. Ammirazione per i trascorsi professionistici + interesse comune nella lirica = nuova amicizia = pass gratis per l’alta società britannica. Quale miglior celebrazione se non un invito per la traviatissima! Neanche a volerlo è anche la genesi di un nuovo amore con la sorella di Tom: Chloe. Il passo alle nozze è breve, e l’ormai di famiglia Chris trova un benefattore nel padre di Chloe, la nuova personificazione della fortuna: è il trampolino di lancio per diventare una “ruota del carro che conta” e Chris coglie la palla al balzo. Ora impugna la vita che desiderava, una vita piacevole in una sorgente termale del lusso più empireo, tra caviali al tartufo, vini di cui non può più fare a meno e battute di caccia a base di pernici anglosassoni, che fanno sempre ridere.

Leggi “Chris – Atto II“.

Dae-su

Film: “Old Boy” di Chan-wook Park, tratto dall’omonimo manga di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya.

Personaggio: Dae-su, business-man che – per aver parlato troppo – viene trascinato in un allucinante piano di vendetta.

Interprete: Min-sik Choi.

Scena: l’imprigionamento di Dae-su.

Ridi e il mondo riderà con te.

Un giorno di pioggia fissi una cabina telefonica, segui un uomo con il volto coperto da un ombrello viola, e ti risvegli dopo giorni di ipnosi in una cella senza finestre, che è il facsimile di una stanza a ore. In realtà è una prigione privata gestita da gangster che imprigionano persone sotto pagamento, ma tu non lo sai, pensi a uno scherzo.

Dopo due mesi chiedi alla guardia: «perché? Dove sono? Che posto è questo? Almeno dimmi per quanto tempo devo stare qui? Quanto ancora? Uno, due, tre mesi? Che cosa ho fatto?», ma le sue scarpe ti ricacciano nella stanza con il vassoio di ravioli fritti: l’unico piatto della casa. In realtà la prigionia durerà 15 anni, ma tu non lo sai.

Comincia a suonare la musica, accompagnata dal gas soporifero: vieni spogliato dei vestiti, dei capelli, del tuo sangue, di tutto ciò che può identificarti e il giorno dopo tua moglie è stata uccisa e tu sei il primo sospettato. Tutta la vita che hai vissuto ti crolla addosso come una valanga. Mido – una semi-sconosciuta che incontrerai e di cui ti innamorerai – ti dirà «a tante persone veramente sole che ho conosciuto è capitato di vedere le formiche prima o poi. Ho provato a capire perché: le formiche si muovono in gruppo. Lo sai, credo sia questo il motivo per cui molte persone sole pensano alle formiche». Ebbene tu non sei mai stato così solo, e cominci a vedere le formiche che sbucano dalle tue vene e divorano l’ultimo baluardo della tua sanità mentale. Ti sgretoli come lo specchio su cui tenti più volte il suicidio, ma il gas ruba sempre l’ultima pennellata e l’opera resta incompiuta. Devi fartene una ragione:

ridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo” pensi ridendo, ed è la svolta. Hai appena accettato che non riuscirai mai a scappare e che continuerai a mangiare ravioli fritti per tutta la vita in quella minuscola stanza al centro del mondo. Dopo tre anni hai imparato che non serve a niente arricchire il latte versato delle tue lacrime. Fai tabula rasa del formicaio che aveva attecchito nella tua mente e cominci a diventare amico della tv, che si trasforma in orologio, calendario, scuola, casa, chiesa, amica e amante. Il diario della tua prigionia si compenetra con l’autobiografia delle tue cattive azioni e il carceriere che cerchi così ragionatamente si trasfigura in una sagoma prendi a pugni sulla parete che regime di nella simulazione della vendetta che verrà. È il tuo nuovo allenamento, scandito dagli anni che catturi nei tatuaggi. Li chiudi ogni cinque anni, pensando che l’anno dopo sarà tutto più facile: intanto scavi il tunnel che ti porterà alla libertà.

Tra un mese sarò fuori” pensi dopo quindici tatuaggi, assaporando la pioggia che sei riuscito ad afferrare dall’apertura che hai creato. Hai il tempo giusto per pensare “e se buco la parete e mi trovo al 52-esimo piano? Anche se dovessi precipitare e morire, sarei comunque fuori, libero, ancora un mese e sarò fuori!”, che il gas fa il suo ultimo ingresso in scena. A un tratto vedi accanto a te un’immensa distesa di terra, c’è un sole abbagliante e un vento fresco. Non sei nel paese delle meraviglie, ma sei fuori, sul tetto di uno stabile.

Davanti a te c’è un tizio con un barboncino che si vuole suicidare, ma dovrà aspettare perché tu gli devi raccontare la tua storia. Ora è il suo turno di raccontarti la ragione per cui ha deciso di morire, ma tu te ne vai. Non te ne frega niente, se vuole piangere, piangerà da solo. Esci dall’edificio mentre a un metro da te il tizio con il barboncino sfonda il tettuccio di una macchina. Non ti scomponi e ridi.

Il mondo ride con te e può cominciare la vendetta.

Un assaggio della scena successiva:

Tyler

Film: “Fight Club” di David Fincher, tratto dal libro omonimo di Chuck Palahniuk.

Personaggio: Tyler Durden, anti-conformista puro.

Interprete: Brad Pitt.

Scena: Rupert incontra Tyler.

Un’occasione per riallineare le percezioni.

le cose che possiedi ti possiedono.

Chi sei veramente? Rupert? Cornelius? Travis? Un componibile per ufficio? Non sei nessuno, non hai un nome: è questo il vero problema, non il divano nuovo! Non c’è niente che ti differenzia dalla materia che ti circonda, niente ti distingue dai mobili che non riesci a smettere di comprare. Sì, avevi uno stereo piuttosto decente, un guardaroba che stava diventando rispettabilissimo, e avrebbe sicuramente fatto invidia: avevi tutto, è vero, ma c’è un buco nero tra l’avere e l’essere e se mi dimostri il contrario ti compro una mensola per il nobel.

Non mi spaventano i crimini e la povertà, quanto le celebrità sulle riviste, la tv con 500 canali che ogni giorno ci convince che siamo speciali, che ci meritiamo il nome di qualcuno sulle mutande, e che per essere qualcuno dobbiamo raggiungere uno status, riempire il portafogli e quel mucchio di involucri chiamato guardaroba. La pubblicità è il nuovo oppio dei popoli: ci fa fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. “Un salotto che rispecchia meglio la tua personalità” e senti il bisogno di rinnovarti, solo per assecondare il capriccio di appartenere a uno slogan e aggiornare il bio-ritmo con quello delle mode e del mercato. Il piumino è solo una coperta, e di certo non è essenziale alla nostra sopravvivenza nel senso di cacciatore e raccoglitore.

A che mondo sto pensando? A un mondo in cui ti muovi con gli alci tra le umide foreste nei canyon intorno a rockfeller center. Indossi abiti di pelle che ti durano per tutta la vita. Ti arrampichi sulle liane che avvolgono le Sears Towers, guardi giù e vedi minuscole figure che pestano granoturco e posano strisce di carne di cervo sulla carreggiata vuota di qualche superstrada abbandonata. Questo è naturale, non il nostro stile di vita da surrogati.

Fanculo Martha stewart, sta lucidando le maniglie del Titanic. Va tutto a fondo, bello. Devi disintossicarti, devi evolverti. Tutti questi anni a rincorrere la perfettibilità come una carota appesa a un filo, non sei stanco? Io dico non essere mai completo, non cercare di essere un Rupert qualunque.

Forse mi sbaglio, forse è una terribile tragedia.. ma forse è un’occasione per riallineare le percezioni, per iniziare a vivere, per rinascere come Tyler Durden!