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Archive for the ‘thriller’ Category

Film: “Match Point” di Woody Allen.

Personaggio: Chris Wilton, ex-tennista-professionista e discepolo del caso.

Interprete: Jonathan Rhys Meyers.

Scena: monologo iniziale.

Una pallina da tennis nella “swinging London”.

Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare quanto sia fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

L’uomo è come una pallina da tennis: non ha una forza propria di locomozione, semplicemente viene lanciato nel campo del mondo, come la gocciolina d’inchiostro fatta cadere nel bicchiere d’acqua. Inizia a diffondersi cozzando con le altre palline secondo l’arbitrio assolutamente parziale del caos – l’invisibile giudice di gara – e finisce per confondersi nella miscela uniforme delle vite umane. A questo punto non esiste più la goccia di inchiostro, non esiste più la pallina: solo l’uomo, come soluzione di continuità tra le palline che entrano in gioco.

In fisica e in varie teorie esiste il concetto di “entropia”, la misura del caos dell’universo. Forse è proprio grazie a questa che si può tratteggiare quel “disegno più grande” che la storia ritaglia intorno ai predestinati. Purtroppo l’“ordine di grandezza” del disordine del mondo è così smisurato che non esisterà mai un supercomputer in grado di venirne a capo. Questo significa che l’uomo non ha la facoltà di conoscere le dinamiche di Dio, può solo confidare che esista sulla base di ciò che non può dominare. Chris Wilton crede in Dio.

Freddo, solido sotto pressione, ma creativo: quasi un poeta della racchetta. Un paio di rimbalzi dall’altra parte e avrebbe battuto le teste di serie, eppure alla domanda “non ti manca il professionismo?” Chris risponde: «ringrazio Dio ogni giorno di aver smesso, detestavo l’intero circuito del tennis». Per essere un Agassi bisogna volerlo davvero e avere un talento del loro calibro.

In realtà Chris confessa di voler fare qualcosa di speciale nella vita, dare il suo contributo. Ha sempre avuto vita facile ed è profondamente convinto di essere il pupillo della fortuna, da quando fu notato da un buon allenatore. Per lui la fortuna è il supremo decisore di ogni azione umana, anche della più impercettibile: è il nastro che nel match point decide le sorti della partita.

Ma la sua vita è troppo facile, troppo lineare e non gli va di proseguire su una strada che la fortuna gli ha spianato dagli esordi. Inoltre prova una smania e una concitazione quasi morbosa nel mettere alla prova la predilezione che la fortuna gli ha sempre riservato, come dire “voglio vedere se – gettando via tutto – mi tieni ancora in considerazione”. In realtà c’è anche una sfumatura di timore in quello che può essere visto come un icarico tentativo di emancipazione dalla quella predestinazione pervasiva che alla fine tende a privare la sua vita di ogni significato.

Si getta così a capofitto nella “swinging London”: in meno di un secondo è istruttore di tennis in un club esclusivo e viene introdotto a Tom, il giovane rampollo di una famiglia piena di soldi con un palco alla Royal Opera House di Covent Garden. Ammirazione per i trascorsi professionistici + interesse comune nella lirica = nuova amicizia = pass gratis per l’alta società britannica. Quale miglior celebrazione se non un invito per la traviatissima! Neanche a volerlo è anche la genesi di un nuovo amore con la sorella di Tom: Chloe. Il passo alle nozze è breve, e l’ormai di famiglia Chris trova un benefattore nel padre di Chloe, la nuova personificazione della fortuna: è il trampolino di lancio per diventare una “ruota del carro che conta” e Chris coglie la palla al balzo. Ora impugna la vita che desiderava, una vita piacevole in una sorgente termale del lusso più empireo, tra caviali al tartufo, vini di cui non può più fare a meno e battute di caccia a base di pernici anglosassoni, che fanno sempre ridere.

Leggi “Chris – Atto II“.

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Film: “Old Boy” di Chan-wook Park, tratto dall’omonimo manga di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya.

Personaggio: Dae-su, business-man che – per aver parlato troppo – viene trascinato in un allucinante piano di vendetta.

Interprete: Min-sik Choi.

Scena: l’imprigionamento di Dae-su.

Ridi e il mondo riderà con te.

Un giorno di pioggia fissi una cabina telefonica, segui un uomo con il volto coperto da un ombrello viola, e ti risvegli dopo giorni di ipnosi in una cella senza finestre, che è il facsimile di una stanza a ore. In realtà è una prigione privata gestita da gangster che imprigionano persone sotto pagamento, ma tu non lo sai, pensi a uno scherzo.

Dopo due mesi chiedi alla guardia: «perché? Dove sono? Che posto è questo? Almeno dimmi per quanto tempo devo stare qui? Quanto ancora? Uno, due, tre mesi? Che cosa ho fatto?», ma le sue scarpe ti ricacciano nella stanza con il vassoio di ravioli fritti: l’unico piatto della casa. In realtà la prigionia durerà 15 anni, ma tu non lo sai.

Comincia a suonare la musica, accompagnata dal gas soporifero: vieni spogliato dei vestiti, dei capelli, del tuo sangue, di tutto ciò che può identificarti e il giorno dopo tua moglie è stata uccisa e tu sei il primo sospettato. Tutta la vita che hai vissuto ti crolla addosso come una valanga. Mido – una semi-sconosciuta che incontrerai e di cui ti innamorerai – ti dirà «a tante persone veramente sole che ho conosciuto è capitato di vedere le formiche prima o poi. Ho provato a capire perché: le formiche si muovono in gruppo. Lo sai, credo sia questo il motivo per cui molte persone sole pensano alle formiche». Ebbene tu non sei mai stato così solo, e cominci a vedere le formiche che sbucano dalle tue vene e divorano l’ultimo baluardo della tua sanità mentale. Ti sgretoli come lo specchio su cui tenti più volte il suicidio, ma il gas ruba sempre l’ultima pennellata e l’opera resta incompiuta. Devi fartene una ragione:

ridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo” pensi ridendo, ed è la svolta. Hai appena accettato che non riuscirai mai a scappare e che continuerai a mangiare ravioli fritti per tutta la vita in quella minuscola stanza al centro del mondo. Dopo tre anni hai imparato che non serve a niente arricchire il latte versato delle tue lacrime. Fai tabula rasa del formicaio che aveva attecchito nella tua mente e cominci a diventare amico della tv, che si trasforma in orologio, calendario, scuola, casa, chiesa, amica e amante. Il diario della tua prigionia si compenetra con l’autobiografia delle tue cattive azioni e il carceriere che cerchi così ragionatamente si trasfigura in una sagoma prendi a pugni sulla parete che regime di nella simulazione della vendetta che verrà. È il tuo nuovo allenamento, scandito dagli anni che catturi nei tatuaggi. Li chiudi ogni cinque anni, pensando che l’anno dopo sarà tutto più facile: intanto scavi il tunnel che ti porterà alla libertà.

Tra un mese sarò fuori” pensi dopo quindici tatuaggi, assaporando la pioggia che sei riuscito ad afferrare dall’apertura che hai creato. Hai il tempo giusto per pensare “e se buco la parete e mi trovo al 52-esimo piano? Anche se dovessi precipitare e morire, sarei comunque fuori, libero, ancora un mese e sarò fuori!”, che il gas fa il suo ultimo ingresso in scena. A un tratto vedi accanto a te un’immensa distesa di terra, c’è un sole abbagliante e un vento fresco. Non sei nel paese delle meraviglie, ma sei fuori, sul tetto di uno stabile.

Davanti a te c’è un tizio con un barboncino che si vuole suicidare, ma dovrà aspettare perché tu gli devi raccontare la tua storia. Ora è il suo turno di raccontarti la ragione per cui ha deciso di morire, ma tu te ne vai. Non te ne frega niente, se vuole piangere, piangerà da solo. Esci dall’edificio mentre a un metro da te il tizio con il barboncino sfonda il tettuccio di una macchina. Non ti scomponi e ridi.

Il mondo ride con te e può cominciare la vendetta.

Un assaggio della scena successiva:

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Film: “Collateral” di Stuart Beattie (sceneggiatura) e Michael Mann (regia).

Personaggio: Vincent, killer professionista ingaggiato da una banda del narcotraffico.

Interprete: Tom Cruise.

Scena: Vincent sta fuggendo dal “fever club” con Max – il suo chauffeur per quella notte – che ha subito l’ennesimo shock dopo che il killer ha ucciso il poliziotto che tentava di salvarlo. Il trauma proietta il dialogo in una psico-analisi reciproca che è a dir poco magnifica.

Dove siamo?

«Milioni di galassie di centinaia di milioni di stelle, e un puntino che vaga nello spazio: siamo noi, persi per sempre: lo sbirro, tu, io, chi se ne accorge?» ecco il fulcro del pensiero di Vincent.

Nell’età del bronzo – così come per molti secoli a venire – l’uomo credeva che il sole ruotasse intorno alla terra, e aveva perfettamente ragione. Più o meno con la stessa spinta vitale, l’esponente standard del genere umano tende a vivere in modo relativamente stabile all’interno di una città, radicandosi in un pezzo di mondo che diventa il suo mondo e il suo modo di vedere le cose. Il mondo è come lo vediamo, e Vincent lo vede da un punto di vista oggettivato. Il motivo è sotteso alla natura del suo lavoro.

Vincent è un killer a contratto: per prassi professionale viola la regola di base della convivenza sociale per cui l’espressione della propria libertà individuale non deve nuocere a quella altrui. Inoltre il mestiere gli impone di proteggere il suo anonimato, precludendogli l’edificazione di un’identità propria: non può che volare tra una città e l’altra e farsi traghettare – in veste di agente immobiliare – dal Caronte di turno verso i bersagli che gli suggerisce la valigetta, l’unica intermediaria del contratto.

Non ha un porto a cui tornare. Il mondo lo vede di notte dal finestrino dell’aereo o del taxi, non è molto diverso dal coyote che a un certo punto attraversa la strada stranito e buca la notte.

Segue il flusso, come se scorresse in un iperspazio; è questo il quid che lo rende così seducente e dirompente. Ancora una volta gli estremi si toccano e l’incarnazione dell’indifferenza più diafana e affilata si ritira come la marea di fronte alle coincidenze più minimali, che solo lui – così avulso dalla routine – può cogliere e assecondare, in un abbandono così mistico da non potersi ricondurre a determinismi di sorta.

«Perché non mi hai ancora ucciso?» chiede Max. «Tu sei forte, siamo insieme stasera» risponde il tacito fautore del destino, e continua «destini incrociati coincidenze cosmiche, sai, stronzate così» … «questo è il motivo?» «certo, è così, non c’è una ragione: non c’è una buona o una cattiva ragione per vivere o morire».

Per Vincent non c’è proprio una ragione, una raison d’etre. E con essa si dissolve il sentiero della linearità tra il “prima” e il “dopo”, lasciando come residuo solo un “ora” con una piccola cruna evanescente in cui far passare il fil rouge del destino, e intessere quella melodia improvvisata che spicca come un grattacielo sulla radiazione cosmica di fondo.

Chi è lui? Che cosa è? Indifferente in una città indifferente, in cui nessuno conosce nessuno e in cui nessuno si accorge di niente, tanto che un uomo che muore in metro viene scoperto solo dopo ore. Non gli interessa cosa pensa la gente, perché in fondo non sono che passanti che galleggiano come neon sulle strade bagnate dalla notte, oppure ombre negli uffici deserti, prosciugati dal culto del distacco.

Che cosa non vuole essere?

«Specchiati..» dice a Max «tovaglioli di carta, taxi immacolato, un giorno compagnia di limousine, quanto hai da parte?» «non sono affari tuoi» ribatte Max, come se il tasto dolente avesse innescato un meccanismo di difesa «un giorno, un giorno il mio sogno si avvererà? Una notte ti sveglierai e scoprirai che non è mai successo. Sì, ci hai girato intorno, non si è avverato e sei diventato vecchio. Non ha funzionato, ma tanto tu non l’avresti mandato in porto comunque. Lo spingerai nel ricordo, e poi lo rimuoverai sdraiato sulla tua poltrona reclinabile, ipnotizzato dalla tv per il resto della tua vita. Quindi non venirmi a parlare di omicidio.. ciò che volevi era solo un anticipo per una lussuosa Lincoln e per quella ragazza che non hai il coraggio di chiamare. Che cazzo ci fai ancora dentro un taxi, dimmelo!».

È proprio nel suo cinico e mordente criticismo e nei suoi spifferi di agghiacciante inumanità che ci si può sorprendere della potenza del suo discorso, di come la sua morale si erga al di sopra di tutte quelle fragilità congenite che il flusso di coscienza ha scavato in modo così incisivo.

«Siamo noi, persi per sempre» tra le galassie di centinaia di milioni di stelle.

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