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Archive for the ‘thriller’ Category

Film: “American Psycho” di Mary Harron tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis.

Personaggio: Patrick Bateman, vicepresidente della P&P e figlio del presidente.

Interprete: Christian Bale.

Scena: l’esibizione dei biglietti da visita e la scena finale.

Come si fa a mentire a quel modo?

Il suo unico vero interesse è la musica pop, di cui ci regala tre grandi “meditazioni”, sull’importanza del trend e il piacere del conformismo (“hip to be square” di Huey); sugli abusi di potere, sulla monogamia e l’impegno (“land of confusion” e “in too deep” dei Genesis) e infine sull’empatia con se stessi (“the greatest love of all” di Whitney Houston).

La sua presunta fidanzata, Eveline, è solo un peso che continua a ronzargli di convolare a nozze e a farsela con Timothy Bryce, l’unica persona interessante del suo crocchio di colleghi. Dal canto suo Patrick è completamente indifferente al fatto che possa sapere della sua relazione con Courtney Rawlinson, la sua più cara amica, imbottita di psicofarmaci e – cosa ben più disturbante – compagna di Luis Carruthers, il più grande mollusco di Wall Street. Il fatto è che non può assolutamente togliere tempo al lavoro e – anche se il padre è il sommo capo della P&P, anche se odia il suo lavoro – vuole “essere dentro”, immergersi completamente nella frenesia borsistica che produce la sua più totemica e giganteggiante ossessione:

il biglietto da visita. Che sconforto quando al suo bianco osso si preferisce il pallido con caratteri in rilievo di Bryce e addirittura il guscio d’uovo Romandian di Van Patten, ma la beffa è inimmaginabile quando viene sfoderato il biglietto del suo arci-rivale Paul Allen – famigerato detentore del “pacchetto Fisher” – di una tonalità e raffinatezza indicibili e con tanto di filigrana.

Avanti Bryce, ci sono un sacco di problemi più importanti dello srilanka di cui occuparsi:

mettere fine all’apartheid e rallentare la corsa agli armamenti nucleari; lo stop al terrorismo e alla fame nel mondo. Dobbiamo procurare cibo e un tetto a chi ne è sprovvisto, opporci ad ogni forma di discriminazione, promuovere i diritti civili e far sì che le donne godano di uguali diritti. Dobbiamo incoraggiare un ritorno a quelli che sono i valori morali della tradizione, ma cosa ancora più importante noi dobbiamo promuovere un generale impegno sociale, redimere dal materialismo imperante le giovani generazioni.

Forse Patrick ha l’animo del provocatore quando rigurgita questa brodaglia di imperativi buonisti e politically correct, ma è più propriamente un’emanazione del simulacro che ha plasmato a immagine e somiglianza del suo tempo.

“Come si fa a mentire a quel modo?” si chiede Bryce guardando Ronald Reagan alla tv di un club d’elite per soli uomini, ennesimo inno alla misoginia. Con un sorriso lusinghiero, la solita offerta di una minerale e una performance convincente da ragazzo d’oro si può ottenere un’immunità praticamente incondizionata, che si completa con la rispettabilità da colletto bianco firmato Harvard. Così, lontano dagli occhi dell’alta società, Patrick può prorompere nei più raccapriccianti atti di cannibalismo sociale ai danni di reietti e deboli farneticando sull’“atteggiamento negativo” che dimostrerebbero.

Il clima culturale di egocrazia corporativa instaurato dagli schemi ideologici reaganiani del “big business” non lascia spazio a sentimenti, se non all’avidità e al disgusto e a un grande senso di vacuità.

“Sotto sotto non importa”, non importa l’immagine dietro lo specchio, non importa se Patrick ha commesso veramente gli omicidi, perché tanto non scioglierebbe la sua psicosi.

Non c’è catarsi e io non giungo a una nuova conoscenza di me stesso, questa confessione non ha nessun significato.

Purtroppo per Patrick, è impossibile entrare in empatia gli altri; nemmeno con se stessi.

Leggi anche “Patrick – il luogo”.

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Film: “American Psycho” di Mary Harron tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis.

Personaggio: Patrick Bateman, vicepresidente della P&P e figlio del presidente.

Interprete: Christian Bale.

Scena: scena iniziale al ristorante con i colleghi di lavoro.

Il mondo di Patrick Bateman.

Abito all’American Gardens Building, sull’Ottantunesima west, all’undicesimo piano.

Il secondo guscio di Patrick è in uno dei tanti grattacieli che irregolarizzano la skyline di New York. È una classica casa da yuppie anni ’80 monocroma e lucida come una palla da bowling, con arredi in bianco e nero e lineamenti cromati. La cucina si specchia nella coltelliera più chic del mondo e non mancano quadri di artisti di grido. Lo stereo occupa una parete e il bagno è una suite principesca con la doccia non smerigliata. In ogni angolo Patrick può adorare la vanità della sua immagine egregiamente omologata. La stessa casa sarà foderata di giornali per ripararla dal sangue di Allen quando lo ucciderà a colpi di accetta e di “Hip to be Square”.

Dopo la routine mattutina si dirige in ufficio sulle note di “walking on sunshine”, dove può salutare la segretaria, giudicarne il vestiario e chiederle ogni volta che vuole una bottiglia di minerale con scorzetta di limone, cosa che non manca mai di fare. Inoltre può nascondere nei cassetti della sua scrivania da vice-presidente i segni della sua delirante libidine per il sangue.

Ma l’ufficio è per lo più una formalità e la maggior parte del tempo la trascorre nei ristoranti più à la page di New York da minimo 570$ a cena, in cui può degustare “piccoli piatti misteriosi ma giocosi con violette e pinoli” oppure petti di pernice scottati in salsa di mirtillo, che non guastano. Va da sé che la prenotazione è d’obbligo e il tempo che Patrick non spreca in sterili e deprimenti conversazioni con Bryce e Van Patten, è pervaso dalla fibrillazione del cercarla. Ricordiamo che trovare un tavolo decente può sommergere di sollievo quando – sull’orlo delle lacrime – si paventa il contrario. Ma la mangiatoia più esclusiva di Manhattan è sicuramente il Dorsia: Paul Allen sembra l’unico in grado di prenotarlo e a gustare i più prelibati crostini ai ricci di mare dell’universo conosciuto.

L’unico “luogo comune” in cui Patrick entra in contatto è una lavanderia che dovrebbe essere la migliore, eppure non riesce a spiegare a quella stupida puttana asiatica dell’inserviente che non si possono candeggiare le lenzuola che arrivano da Santa Fe e per di più sta insidiando pericolosamente la colazione da Joubert con Ronald Harrison, una cosa che non sta né in cielo né in terra.

Infine uno yuppie con la “y” maiuscola come Patrick non può che fare il pieno di martini nelle feste dei colleghi e bazzicare nelle discoteche Studio 54 e simili, in cui – oltre a strafarsi rimorchiando e tirando un pacco di coca – può dire allo specchio dietro il bancone “sei una fottuta troia di merda, ho voglia di ammazzarti a coltellate e di sguazzare nel tuo sangue”.

Questo è il mondo di Patrick Bateman: un mondo di lusso e piaceri sfrenati.

Leggi anche “Patrick – il corpo”.

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Film: “American Psycho” di Mary Harron tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis.

Personaggio: Patrick Bateman, vicepresidente della P&P e figlio del presidente.

Interprete: Christian Bale.

Scena: scena introduttiva del protagonista.

Esiste veramente Patrick Bateman?

Mi chiamo Patrick Bateman, ho 27 anni. Credo fermamente nella cura della persona, in una dieta bilanciata, nel rigoroso e quotidiano esercizio fisico. La mattina noto, in genere, un certo gonfiore intorno agli occhi. Mi applico un impacco di ghiaccio e passo agli esercizi di stretching. Ne conosco un migliaio. Tolto l’impacco di ghiaccio, mi detergo con una lozione che pulisce i pori in profondità. Per la doccia uso un gel detergente ai principi attivi. Quindi un sapone al miele e mandorle. E per il viso un gel esfoliante. Applico quindi una maschera facciale alle erbe, che lascio agire per dieci minuti, mentre proseguo nella mia routine. Uso sempre una lozione dopobarba con poco o niente alcool, dato che l’alcool secca la pelle e fa apparire più vecchi. Quindi una lozione emolliente, un balsamo antirughe per il contorno degli occhi e infine una lozione protettiva idratante.

La cura della persona per Patrick è sicuramente la priorità assoluta. Come rivela lui stesso la routine mattutina è interamente dedicata a epurare, lucidare, proteggere e scolpire la pelle: lo strato più esterno dell’uomo, che riveste il ruolo di interfaccia privilegiata. Se l’apparenza è ciò che conta, il corpo è l’apparenza più intrinseca dell’uomo e in quanto tale viene elevato a presenza sostanziale. In questo senso non c’è differenza tra Patrick e una statua di Fidia: la pelle marmorea, perfettamente ambrata e levigata in modo da non lasciare il minimo residuo di imperfezione. Lo stesso Paul Allen – la sua nemesi professionale, o meglio una copia più evoluta di se stesso – apprezzerà la sua abbronzatura e l’omosessuale Luis Carruthers, che Patrick considera come “uno stronzo, la più grossa testa di cazzo di New York, uno senza palle sputtanato e testa di cazzo”, non potrà che esserne attratto.

Uno splendore fisico che non lascia trasparire nulla, come una superficie plastica perfettamente riflettente. La pelle – quando non tira di box all’Harvard club o non fa sesso con amanti e prostitute – è adeguatamente supportata dagli abiti di Valentino, gli occhiali di Oliver, l’orologio che vieta di toccare a Sabrina e lo stesso barbiere di Markus Elbestrem, che – se non fosse per il taglio di capelli decisamente peggiore – potrebbe essere tranquillamente scambiato per Patrick, come d’altronde è di fatto, soprattutto da Paul.

Eppure tutto questo non plus ultra esteriore non è che un’avvisaglia di una privazione interiore, un vuoto prodotto nella campana di vetro che probabilmente è il responsabile di quel gonfiore intorno agli occhi che nota ogni mattina. Così “c’è una vaga idea di Patrick Bateman. Una sorta di astrazione”. In realtà non è lui, ma una pura entità, qualcosa di illusorio.

Anche se so mascherare la freddezza del mio sguardo e tu puoi stringermi la mia mano e sentire la mia carne contro la tua e magari perfino arrivare a credere che i nostri stili di vita sono probabilmente comparabili. La verità è che io… non sono… lì.

Il suo corpo è anche il suo nome, che spesso è visto come una persona a sé stante, una persona altra che incombe in lontananza e ora è una nullità, ora è uno stronzo, ora è un compare con cui bere una birra dry o una minerale.

“C’è” nel senso che esiste, ma non è definibile come “essere”: è semplicemente una maschera che si sdoppia nelle superfici con cui viene a contatto, creando un gioco di specchi che è del tutto fine a se stesso.

Leggi anche “Patrick – L’immagine”.

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Film: “The Prestige” di Christopher Nolan basato sul romanzo di Christopher Priest.

Personaggio: Robert Angier, mago a tutti gli effetti.

Interprete: Hugh Jackman.

Scena: confronto finale tra Alfred Borden e Robert Angier.

Leggi prima “Robert – Atto I”.

Perché facevano gli illusionisti?

È l’eclissi di Robert Angier e il Grande Danton risplende in tutto il suo intrico di rivalsa professionale. Incontra la scienza nella figura di Nikola Tesla che – come un deux ex machina – gli rivela che “niente è impossibile”, che l’uomo può andare al di là di ciò che può afferrare: deve solo avere il coraggio di afferrarlo, di sostenerne il costo. Qualcuno disse che “il sacrificio è il prezzo di un buon numero”, ebbene per uno spettacolo di vera magia il prezzo è inestimabile e Robert non riesce ad aprire gli occhi.

A nulla serve il monito dello scienziato a distruggere la macchina che ha costruito e gettarla nel più profondo degli oceani e l’unico spiraglio è l’auspicio che abbia più fortuna nel campo dell’illusionismo, dove le persone sono contente di essere mistificate. “Durante i miei viaggi ho visto il futuro e vi assicuro è un futuro strano. Il mondo, signore e signori, è sul punto di scoprire nuove e terrificanti possibilità. Ciò a cui state per assistere non è magia ma pura scienza. L’uomo va al di là di ciò che può afferrare”. No, questa è solo l’anticipazione, la verità è un’altra.

La verità è che ci voleva coraggio a entrare in quella macchina ogni sera senza sapere se sarei stato l’uomo che annegava nella vasca nell’agonia più spietata, o l’uomo del prestigio che accoglieva a braccia aperte l’ovazione del pubblico”. La vera magia ha richiesto come sacrificio le molte vite dei suoi cloni, che ora giacciono come dei manichini nel liquido di contenimento di quel cimitero di vasche. È vero, ha girato mezzo mondo ha speso una fortuna e ha fatto cose terribili per niente, ma Fallon non può capire la natura del suo sacrificio perché non è legato in modo così indissolubile alla magia, come lo era Alfred.

Perché lo facevano? “Il pubblico conosce la verità, il mondo è semplice, miserabile, solido, del tutto reale. Ma se riuscivi a ingannarli, anche per un secondo, allora potevi sorprenderli, allora riuscivi a vedere qualcosa di molto speciale. Davvero non lo sai? Era quello sguardo nei loro volti.. ”

Leggi anche “Alfred

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Film: “The Prestige” di Christopher Nolan basato sul romanzo di Christopher Priest.

Personaggio: Robert Angier, frustrato illusionista e meraviglioso intrattenitore.

Interprete: Hugh Jackman.

Scena: confronto finale tra Alfred Borden e Robert Angier.

Qual è l’uomo che interessa?

Illusionisti … gente di spettacolo, uomini che vivono camuffando semplici e talvolta brutali verità per strabiliare e per incantare.

«Io ho fatto dei sacrifici!» dice Robert. Certo, ha cambiato nome, ha chiuso il sipario sul passato, ma non ha mai fatto i sacrifici di cui parla Alfred. Non ha mai dato prova di assoluta abnegazione nei confronti della sua arte, tanto che ammette “non mi ci vedo a vivere una vita fingendo di essere un altro”. Così – a differenza di Alfred – non lo vediamo come un genio puro che vive solo per ciò che gli da vita, ma come un anfibio che non può respirare troppo a lungo l’aria del palcoscenico: ha un bisogno fisiologico di separare il Robert Angier del mondo reale e il “Grande Danton” del mondo creato dalle sue illusioni.

In compenso è proprio grazie a questa dicotomia che rispetto ad Alfred appare più umano, quasi troppo umano. La sua ostinata riluttanza a uccidere le colombe è un indice di quanto senta il peso di un’umanità che deve per forza sporcarsi le mani per raggiungere l’impossibile, l’illusione della vera magia. Il Grande Danton forse non è un grande illusionista come Alfred, ma è senza dubbio un grande uomo di scena:

Sa camuffare un numero, sa come venderlo, sa come cullare il pubblico sul palmo della mano. È per questo che – quando ruba il “trasporto umano” al suo rivale – la sua voce corre più velocemente e le recensioni arrivano ad acclamarlo come il principale artista di Londra: artista in senso generale, che con l’anticipazione del numero riesce a far crescere la suspense e ad amplificare di conseguenza l’ovazione della platea. Ovazione che però è costretto a vivere sotto il palco, dal momento che il sosia non è all’altezza di un eventuale scambio di ruoli. Questo primo sacrificio lo distrugge e comincia a covare l’ossessione di scoprire i metodi di Alfred: “il pubblico è entusiasta ora con la versione di Cutter, ma immagina cosa sarebbe con la vera illusione. Avremmo il più grande numero di magia che il mondo abbia mai visto”.

Non pensa ad altro e non riesce a godersi il piacere del successo. Considera il fatto che “Non interessa l’uomo che sparisce, che va nella botola, a tutti interessa l’uomo che viene fuori dall’altro lato” e non trova altra soluzione se non attuare un altro furto – questa volta il diario cifrato dei segreti di Alfred – ciecamente auto-convinto che nascondano una realtà ai confini della magia. In fondo Robert crede a ciò che vuole credere e ormai la voragine dell’ossessione ha risucchiato anche l’ultimo baluardo della sua umanità, cicatrizzando la ferita che aveva continuato a tenere aperta dalla morte della moglie.

Leggi “Robert – Atto II”.

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Film: “The Prestige” di Christopher Nolan basato sul romanzo di Christopher Priest.

Personaggio: Alfred Borden, genio dell’illusionismo.

Interprete: Christian Bale.

Scena: confronto finale tra Alfred Borden e Robert Angier.

Le ultime parole di un grande illusionista.

Non dirlo mai a nessuno. Ti pregheranno di svelare il segreto, ma appena glielo dirai non conterai più niente. Il segreto non fa colpo su nessuno, il trucco che c’è dietro invece è ciò che conta.

Alfred e Fallon sono due fratelli gemelli, legati dal sangue e dal segreto del più straordinario numero di illusionismo che sia mai stato concepito: il trasporto umano. Non esistono trucchi magici in sé e in questo caso il trucco è semplice: usare un sosia. Semplice sì, ma non facile. Non c’è niente di facile in due uomini che si dividono la vita, specie quando nutrono interessi privati divergenti. La moglie nota subito quando Borden le dice “ti amo”: «beh certi giorni non è vero e oggi non lo è. Forse oggi sei più innamorato della magia che di me. Per me è bello perché i giorni in cui lo sei sono importanti». Questo tono incoraggiante però ha poco seguito man mano che la moglie si inoltra nella spirale di tormentocontraddittoria di un uomo che desidera ardentemente la vita familiare e il momento dopo generata dalla natura volubile e inveisce contro quella stessa vita, chiedendo libertà.

Un’irrequietudine che si eleva al quadrato non appena Alfred – dapprima votato esclusivamente all’illusionismo – entra in contatto con Olivia, l’ex-assistente di Angier. Arriva ad amarla e a sentire il bisogno di abbandonarsi in quella relazione, che in qualche modo rispecchia l’ebbrezza di un’illusione intrisa di pericoli. In realtà più che un’amante è una complice, la sua complementare nell’arte che ama. Ha bisogno di lei perché sa come vendere i suoi metodi in modo da massimizzare il feedback emotivo del pubblico. Inoltre lo convince a esibire con orgoglio le due falangi che Robert aveva reciso per vendetta nell’esecuzione di un “afferra-proiettile” e che lo rendono unico, dimostrando al pubblico che non usa un sosia.

Un giorno rischia di perdere Fallon e proprio in questa mancata disgrazia, capisce che per lui è la cosa più preziosa, non solo perché depositario del suo più grande segreto, ma perché ne è parte integrante e insostituibile. Ma per la moglie è sempre più difficile giostrarsi nell’umore altalenante del marito, tanto che alla fine riesce a intuire il segreto. Alfred si è tradito. Come? Il trucco per il trasporto umano è invertire le parti e per i due fratelli consiste nell’essere Fallon e Alfred insieme. Si esce a turno dalla porta nel palcoscenico e si vive a turno.

Il problema è che Alfred non ama Sarah, può solo recitare. Purtroppo il requisito di base per introdursi con successo nelle falle della psiche umana è la naturalezza, senza la quale un’azione “truccata” non sarebbe accettata come normale, rivelando la discrepanza e spezzando l’illusione. Certo sia Alfred che Fallon sono abilissimi prestigiatori della psicologia propria e altrui, ma non possono che fallire nella simulazione di un amore che non sentono. «Ognuno di noi aveva metà di una vita che per noi era sufficiente» dice Fallon «per noi ma non per loro».

Sarah si suicida impiccandosi, non riuscendo a vivere in un castello di trucchi, bugie e segreti. Poco dopo Alfred perderà Olivia a causa della scarsa considerazione che dimostra per la morte della moglie e che – agli occhi di quest’ultima – è indice di una “freddezza disumana”. A Borden resta solo il palcoscenico,

ma cos’è veramente la magia per lui? Da quando comincia come assistente di Milton, disapprova e disprezza l’idea per cui il successo è associato direttamente al coricarsi sugli allori e autorizza quindi a riciclare trucchi logori di seconda mano, che sperperano la benevolenza del pubblico nella banalità auto-compiaciuta. I classici sono già visti, superati, ci vuole qualcosa di fresco, come l’afferra-proiettile. Ovvio che è rischioso, ma è proprio il potenziale del rischio ad aumentare la suspense e di conseguenza il senso di meraviglia. Non basta essere un grande uomo di spettacolo per essere un grande illusionista, bisogna sporcarsi le mani, anche del proprio sangue se necessario. Il punto è che un vero illusionista tenta di inventare qualcosa di nuovo perché gli altri illusionisti stiano lì a grattarsi la testa. Ma se Alfred è riuscito a concepire la più grande illusione del palcoscenico è perché ha capito che cosa serve per creare la vera magia ed è il motivo per cui ha scoperto il trucco della vasca dei pesci rossi di Chung Ling Soo.

«Quello è il suo trucco» dice Alfred, vedendo il mago che entrava in carrozza «è la sua vita reale la sua esibizione, ecco perché nessuno capisce il suo metodo: totale devozione alla sua arte, assoluta abnegazione. Sai una cosa? È l’unico modo per fuggire da tutto questo, capisci?». Ma Robert non capisce come un uomo possa fingere di essere storpio da anni, ogni volta che è in pubblico, ogni volta che è in strada, lo trova impensabile. Ma lo capirà, così come imparerà a sporcarsi le mani. «Vedi il sacrificio, Robert, è il prezzo di un buon numero». Eppure alla fine Alfred non riesce a lasciar perdere e nell’unico trucco di Robert che non è riuscito a decifrare (perché non esiste) viene incastrato dal suo acerrimo rivale.

Le ultime parole che pronuncia al fratello sono: «mi dispiace, mi dispiace per tante cose. Mi dispiace per Sarah, non volevo ferirla. Non volevo, ma tu devi vivere la tua vita, capito? Devi vivere per tutti e due. Addio».

Leggi anche “Robert – Atto I

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Film: “Match Point” di Woody Allen.

Personaggio: Chris Wilton, ex-tennista-professionista e discepolo del caso.

Interprete: Jonathan Rhys Meyers.

Scena: dialogo finale con le apparizioni di Nola e della vicina.

Leggi prima “Chris – Atto I“.

Una fortuna eccezionale.

Se non che – come una venere – emerge dalle acque una civetta ben più perniciosa: Nola, la fidanzata di Tom. «Tu farai parecchia strada» gli dice «se non rovini tutto provandoci con me». Forse è vero che dall’appagamento di un desiderio scaturisce un nuovo desiderio, ma la ragione di fondo è che quella “parecchia strada” non è lastricata dai meriti o dal talento di Chris, quanto da una fortuna iperbolica che non gli lascia voce in capitolo. Per questo è portato a intraprendere – non appena Tom lascia Nola – una relazione folle e improbabile alle spalle di quel nuovo stile di vita che aveva per così dire ereditato dal destino.

Più avanti, come era prevedibile, il vortice di passione – nel suo continuo auto-dissetarsi – finisce per porre Chris nel dilemma moglie-amante. «Direi che tu non vuoi abbastanza l’altra donna per rinunciare a quello che hai “conquistato”» argomenta quel suo vecchio amico-rivale che sembra tanto la sua coscienza. Non ha più dubbi: il piano all’ordine del giorno è eliminare ciò che è diventato un ostacolo alla sua vita dorata con un mix di ingegno e fucile a canne mozze.

Le sue azioni sono maldestre e piene di buchi, come quelle di qualcuno che implori di essere scoperto e lui stesso pensa “sarebbe appropriato se io venissi preso e punito, almeno ci sarebbe un qualche piccolo segno di giustizia, una qualche piccola quantità di speranza in un possibile significato”, ma niente: i buchi sono immancabilmente colmati dalla fortuna con un pathos drammatico che scolpisce in Chris il ruolo irreversibile di soccombente al potere del caso. Il delitto ha reclamato due innocenti – tra cui il futuro figlio di Chris – e malgrado ciò il puzzle non fa altro che ricomporsi intorno a loro come una ferita che si rimargina.

Le vittime non sono altro che danni collaterali di un disegno più grande, destinato a restare inintellegibile. Non può fare altro che imparare a nascondere lo sporco sotto il tappeto e andare avanti per non essere ulteriormente travolto: il castigo è nell’impossibilità di espiare la colpa.

Incredibile quanto può cambiare la vita se la palla va oltre la rete o ti torna indietro, se un anello non supera la balaustra che da sul tamigi per diventare prova della sua discolpa. È incredibile come ogni senso morale e ogni giustizia più o meno divina si perda a favore del cinismo e del disprezzo. Quale giudizio resta all’uomo per potersi dichiarare vincente o vinto? Nessuno. Se veramente la vita esiste per puro caso, per quanto la gente abbia paura di ammetterlo, non resta che disperarsi o avere fede, credere nella via prospettata, nella soluzione più facile.

Non c’è giusto e sbagliato e le meta-campo sono intercambiabili. Sofocle ha detto che non venire mai alla luce può essere il dono più grande. Chloe ha partorito.

«Questo bambino sarà eccezionale in ogni cosa che vorrà fare» esclama il padre di Chloe, Tom risponde «sai papà, non importa che sia eccezionale, spero solo che sia fortunato». Probabilmente lo sarà. A terence, e che navighi col vento in poppa!

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