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Archive for the ‘commedia’ Category

Film: “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino scritto da Quentin Tarantino e Roger Avary.

Personaggio: Mia Wallace, moglie di Marcellus Wallace.

Interprete: Uma Thurman.

Scena: chiacchierata con Vincent Vega al Jackrabbit Slim’s.

Qual è la specialità di Mia?

Non è la dark lady misteriosa e inaccessibile che attira l’eroe in una trappola con il proprio fascino, non è la femme fatale maliziosa e disinvolta. O meglio non lo è del tutto, non lo è in questo mondo sovvertito di anti-eroi. Sfiora la banalità quando col suo incostante entusiasmo narra del suo ruolo nella serie fallita “Volpi forza cinque”: i suoi “15 minuti di gloria”. A volte recita la parte, un copione scritto da chissà chi, nel museo delle cere parlanti del “Jackrabbit Slim’s”: caffè degli artisti per Elvis-maniaci dove chiunque può trovare una bistecca e parlare del più e del meno su una cadillac.

Se alla fine del discorso non vuole raccontare la barzelletta del pilot è perché si è creata una sorta di complicità latente – lontana anni luce dalla “ricezione nella distrazione” della tv, in cui le parole tendono a perdere i significati – che potrebbe spegnersi da un momento all’altro e una barzelletta imbarazzante ne sarebbe il classico colpevole. “Adesso di sicuro non la racconto, perché ci abbiamo ricamato troppo sopra” dice Mia a Vince, ma forse verrà un momento in cui non sarà necessario promettere di non ridere e potrà raccontarla: è una fregatura, uno scarabocchio su un pezzo di carta scadente.

Dagli occhi grigi sprigiona un grande ascendente che spesso si trasforma in una seduzione velata, anche quando ordina un frappé da cinque dollari “Martin e Lewis” e invita a usare la propria cannuccia dicendo che sa badare ai bacilli; con Vince che commenta “non so se vale 5 dollari, ma cazzo è veramente buono”. Poi viene il silenzio.

Mia: non odi tutto questo?

Vincent: odio cosa?

Mia: i silenzi che mettono a disagio. perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?

Vincent: non lo so, è un’ottima domanda.

Mia: è solo allora che sai di aver trovato qualcuno speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento, e condividere il silenzio in santa pace.

Questo picco di informalità – teso a invadere le terre della speculazione socio-filosofica – è estremamente liberatorio e catartico e, nonostante Vincent dica “ma, non credo che siamo già arrivati a questo, ma non te la prendere, ci conosciamo appena”, in realtà – decostruendo lo standard colloquiale – sono arrivati a conoscersi molto più a fondo della maggior parte delle persone. È un momento magico, quasi di tenerezza intellettuale. D’altronde è un dato di fatto, per qualche ragione congenita nelle conversazioni che facciamo non ci diamo neanche il tempo per pensare a cosa dire, come se l’unico obiettivo fosse non rallentare le vibrazioni nell’aria e colmare continuamente il vuoto che il silenzio sembra portare a galla. Abbiamo bisogno di distrarci continuamente dalla solitudine e dai pensieri che potrebbero minare il normale corso della vita. Da queste considerazioni si può trarre che la maturità di una persona sta anche nel misurare le parole e conciliarle con i respiri e i silenzi, esattamente come in un’esecuzione musicale. Il problema è che non è facile trovare qualcuno di altrettanto speciale da fare il contrappunto e condividere la preziosità dell’armonia che ne nasce.

Mia: facciamo una cosa. Io adesso vado a incipriarmi il naso, tu resti qui seduto e pensi a qualcosa da dire.

Mia è anche una donna che vuole e cerca la massima realizzazione della sensazione vitale, ad esempio apprezza il piacere di tornare dal bagno e – dopo una botta di cocaina – vedere che insieme al frappé da cinque dollari la sta aspettando un “Durward Kirby Hamburger” al sangue e Vincent che sembra abbia davvero qualcosa da dire, “non la solita frasetta noiosa lanciata là per fare due chiacchiere”. Quando però quest’ultimo le dice “devi promettere di non offenderti”, si scatena un fantastico dialogo, ennesima riprova della sua reattività istintuale a sgretolare i modi comuni del dire:

Mia: No, no, non si può promettere una cosa del genere. Io non ho idea di cos’è che stai per chiedermi, tu vai avanti e chiedimi ciò che stai per chiedermi; la mia reazione spontanea potrebbe essere quella di sentirmi offesa e senza colpa da parte mia, non avrei mantenuto la promessa.

Vincent: Lascia perdere!

Mia: Ora pretendi l’impossibile, lasciar perdere una cosa intrigante come questa è un tentativo futile.

Vincent: Ne sei convinta?

Mia: E poi non è più eccitante quando non si ha il permesso?

Il suo stile di vita è non fermare la corrente, lasciarsi trasportare dal momento: quando il presentatore sulla pista da ballo chiede chi saranno i primi concorrenti per la gara di twist, lei non ci pensa un secondo, alza la mano e si butta nella mischia dell’eccitazione. Vuole ballare e vuole vincere il trofeo: ballerà e vincerà il trofeo.

La specialità di Mia? Le lame affilate delle sue parole e del suo essere sopra le righe. È una donna di alta classe con un senso critico finemente demolitore, che non può che discostarsi dal modo di pensare convenzionale.

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Film: “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino.

Personaggio: Hans Landa, colonnello delle SS.

Interprete: Christoph Waltz.

Scena: “c’era una volta nella Francia occupata dai nazisti”. Hans Landa interroga un agricoltore per verificare il sospetto che nasconda una famiglia ebrea.

L’essenza dell’investigatore.

«La ringrazio, ma niente vino» ribatte Hans fermando la figlia di monsieur LaPadite e aggiunge: «visto che siamo in una fattoria sarebbe logico che aveste del latte».

Hans Landa è appena entrato nella casa del contadino LaPadite, si è profuso in blandizie quasi cerimoniali verso le figlie e rifiuta un’offerta perché logicamente scorretta, come se la sua religione non lo permettesse.

Il passo da religione a morale è breve e si palesa da subito che per il «grande investigatore» – come ama definirsi – la sfera d’azione dell’intelletto sconfina nelle più abituali pratiche sociali, innalzandosi a stile e norma di vita.

Un altro indizio del suo artefattoeccesso di zelo”: quando il fattore chiede il motivo della sua visita, lui risponde: «nella maggior parte dei casi è una perdita di tempo, ma deve comunque essere fatto».

Forse è questa la caratteristica che fa di lui un segugio implacabile, ma sarebbe riduttivo non considerare il compiacimento estatico che prova nel coreografare l’esposizione nel modo più plateale possibile, a cominciare dal quasi narcisistico insistere sul «titolo non ufficiale» affibbiatogli dal popolo francese di cacciatore di ebrei e al fatto che ci tenga perché se lo è guadagnato.

«Il tratto che fa di me un così efficace cacciatore di ebrei» afferma «è che – al contrario di molti soldati tedeschi – io so pensare come un ebreo». Eccolo qualificato in toto come investigatore: tanto più abile quanto più riesce a immedesimarsi nel criminale.

Prende così le distanze dall’istinto astuto e predatore dei soldati ma anche dalle ragioni strumentali della propaganda. Concorda sul paragone tra l’ebreo (nel senso di uomo costretto a rinunciare alla propria dignità) e il ratto ma non lo considera un insulto, quanto più una variabile da considerare di questa catena razionale:

perché noi uomini accogliamo il ratto con ostilità? Perché mordono e diffondono le malattie? No, perché vale lo stesso per altri roditori, come gli scoiattoli, per cui non nutriamo alcuna animosità. Alla luce di questo possiamo solo dire che non ci piacciono, che per qualche motivo li troviamo ripugnanti.

Sembra che il colonnello assurga il sofisma a giustificazione del massacro ormai alle porte… e sembra anche il momento giusto per fumare. Così – chiesto il permesso – estrae la pipa abnorme di Sherlock Holmes, una geniale nota di demenzialità che si appone a ciliegina sulla caratterizzazione di un personaggio poliedrico che riesce a raggiungere vette di interesse sorprendenti e talvolta anche “scherzose”.

La commedia è il suo essere.

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