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Archive for the ‘azione’ Category

Film: “L’ultimo samurai” di Edward Zwick scritto da John Logan.

Personaggio: Nathan Algren l’ultimo samurai.

Interprete: Tom Cruise.

Scena: la prigionia nel villaggio dei samurai.

L’uomo può cambiare il proprio destino?

Il capitano Nathan Algren era un eroe di guerra alla deriva in una terra di nessuno abitata da incubi e rimorsi. Gli ideali gli erano scivolati di mano per lasciare il posto alla bottiglia, in cui poteva annegare l’alienazione assoluta che come ghiaccio veniva a galla quando vedeva la morte negli occhi delle sue vittime o quando la spada di Damocle solleticava l’istinto di sopravvivenza, sfoderando la paura. Non aveva più niente e – come un equilibrista malfermo sulla corda dell’autocontrollo – si era rassegnato a inoltrarsi lungo la strada della perdizione che lo accompagnava a compiere genocidi su commissione, in qualità di punta di diamante dell’esercito.

È nel suo ultimo lavoro – quando viene fatto prigioniero in un villaggio di antichi e autentici guerrieri – che dà una rivoluzione al suo modello di vita, nel tentativo forzato di adattarsi alla filosofia vigente, che presto scoprirà rappresentare la cruna della sua redenzione morale. Dopo aver combattuto l’astinenza da alcol, impara che la vera guerra è contro la disperazione e l’odio che si sono accumulati come ammenda degli orrori perpetrati.

Impara ad autodisciplinarsi e a centellinare lo studio dell’arte della spada e della vita: una pratica che deve essere vissuta a pieno, arricchendosi di quella dose di unicità che la percezione del momento arreca allo stesso esercizio. Avvertendo la forma si possono cogliere le gradazioni più sottili, segni nuovi così poco diversi che è difficile trovare una parola che li identifichi.

Nathan dirà:

Ci sono tante cose qui che non capirò mai. Non sono mai stato un frequentatore di chiese e quello che ho visto sui campi di battaglia mi ha spinto a interrogarmi sui grandi disegni di Dio, ma c’è indubbiamente qualcosa di spirituale in questo luogo e sebbene possa rimanere eternamente oscuro per me, non posso che essere consapevole del suo potere. So che qui ho conosciuto il primo sonno tranquillo dopo anni.

Ora Nathan ha rinunciato a se stesso, all’illusione della sua vita, e ha abbracciato la nuova filosofia. È un guerriero in cui la vecchia via si è unita alla nuova e in mano stringe una tazza di tè, apprezzandone ogni sorso. Ora Nathan è un uomo nuovo:

Non sa se può davvero cambiare il proprio destino… ma pensa che “fa ciò che può, finché il suo destino non si rivela”.

Leggi anche “Katsumoto”.

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Nobutada

Film: “L’ultimo samurai” di Edward Zwick scritto da John Logan.

Personaggio: Nobutada, figlio di Katsumoto.

Interprete: Shin Koyamada.

Scena: liberazione di Katsumoto.

Cosa vuol dire essere samurai?

Servireè uno dei due cardini del samurai: la Lealtà, da applicare in modo gerarchico. I samurai del villaggio servono Katsumoto – il capo-villaggio – il quale serve l’imperatore Meiji. Se quando la squadra di assassini ninja attacca il villaggio tutti sono disposti a morire per salvare Katsumoto, Nobutada in questa scena non è da meno e – per coprire la fuga del suo capo nonché padre – si sacrifica in un modo tanto eroico, da suscitare commozione.

Questa è la sublime manifestazione della “determinazione nella volontà di morire”. In fondo il samurai vive per morire, attendendo l’attimo apicale che può presentarsi da un momento all’altro: il traguardo che sigilla la sua presenza nel mondo e nella storia. A tale scopo il samurai deve comportarsi in modo ineccepibile, seguendo un rigido codice morale, tutto per non avere rimorsi e potersi abbandonare ad una morte onorevole: il sacrificio.
Il secondo cardine è per l’appunto l’onore, un monolito che non può essere scolpito in nessun modo. “La morte in battaglia è una buona morte” – come dice Katsumoto a Taka, per consolarla della morte di Hirohito – la migliore che si possa desiderare. È il coraggio, che rasenta l’avventatezza e sconfina nella follia: la stessa follia che aveva spinto il generale Custer – “un assassino innamorato della propria leggenda”, come lo definisce Nathan La stessa follia che ha spinto – a trascinare i suoi duecentoundici uomini contro duemila indiani infuriati.trecento spartani a tenere testa a un esercito di un milione di persiani, tanto da fargli perdere il gusto di combattere.

La stessa follia che – in uno dei più famosi episodi della storia giapponese (1582) – spinse tutti i samurai di un castello di Uesugi Kagekatsu a compiere seppuku – harakiri, suicidio collettivo – per non essere catturati dalle truppe di Oda Nobunaga e per gridare i propri nomi: il seppuku era infatti la più onorevole delle morti, perché l’addome era visto come il luogo in cui l’anima e gli affetti si incontravano; un ultimo atto di integrità e fede, che apre la porta a quel giardino di eroi che i posteri dovranno continuare a coltivare.

Samuraivuol direservire”, servire l’imperatore lungo il sentiero del guerriero; vuol dire “dedicarsi anima e corpo a una serie di principi morali, cercare il silenzio della mente e cercare di raggiungere la perfezione della via della spada”.

Leggi anche “Nathan”.

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Film: “L’ultimo samurai” di Edward Zwick scritto da John Logan.

Personaggio: Katsumoto, ultimo erede della dinastia dei Samurai, che ha consacrato la vita al servizio dell’Imperatore e del paese.

Interprete: Ken Watanabe.

Scena: conversazione tra Katsumoto e Nathan nel giardino dei ciliegi.



Cos’è il bushido?

«il fiore perfetto è una cosa rara, se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata»

Questa piccola perla pronunciata da Katsumoto all’inizio della scena è un buon esempio di filosofia zen. È un esempio dell’amore per la natura che si riflette in ogni tempio e in ogni dimora: tutto è curato, solo ciò che è utile, niente è sprecato. È un esempio di minimalismo assurto a canone esistenziale. È un esempio di come tutto ciò che l’uomo fa debba essere affrontato “vitalmente”: sentirsi vivere è uno spreco, ascoltarsi vivere è pienezza, è vero potere.

Un solo elemento dell’immaginazione: il fiore di ciliegio, o la tigre che viene dal sogno. Un solo elemento, una sola nota che – pizzicata – risveglia nella sensibilità una melodia polifonica. Un solo momento che – come una lucciola che si distacca dalla foglia – improvvisamente svanisce.

Sia Katsumoto che Nathan hanno “visto molte cose”, cose che portano a non temere la morte, quasi a desiderarla. Vedere e dare la morte è contro la natura umana e quindi è inevitabile un meccanismo di auto-compensazione per cui anche una parte di te muore: è come la luna piena che si assottiglia, consumata dal lato oscuro. Katsumoto però ha un angolo di pace in cui può trovare sollievo: quel giardino che rispecchia un’intera filosofia.

Ma non si tratta solo di sollievo o purificazione, come noi occidentali potremmo intuire. Il sollievo presuppone un’angoscia che cerca di essere liberata: infatti quando Nathan dice “tutti i soldati hanno incubi”, Katsumoto risponde “solo chi ha vergogna per quello che ha fatto”. È questa la differenza, non si tratta di catarsi: Katsumoto va nel giardino zen per trovare ispirazione, per raggiungere quell’illuminazione che permettere di trascendere la natura umana, fondersi nel fiore raro e riunirsi con gli antenati, come se in un attimo – se lo si sente nel profondo – il tempo e le cose materiali fossero sostituite da una coscienza universale. Chiaramente l’illuminazione richiede un rigorosissimo allenamento fisico e mentale: occorre spogliarsi della natura intellettuale e dissolvere la rete di riferimenti e associazioni che deriva dalla tendenza innata a categorizzare in modo rigido e univoco.

Occorre essere consci dell’inconscio, per poter essere ogni cosa, una qualunque parte del tutto. Il non-pensiero salda il corpo con lo spirito e libera dalla paura della morte. Paradossalmente proprio nella massima realizzazione della vita – l’illuminazione – la vita stessa perde di valore intrinseco: se si è in tutte le cose, si è immortali in quell’attimo in cui tutto si concentra.

Così cambia anche il modo di vedere: i germogli non sono “nel fiore della vita”, ma stanno tutti morendo. È proprio in questa idealizzazione estetica della morte che si può riconoscere la vita in ogni respiro, in ogni tazza di te e in ogni vita che togliamo: la via del guerriero”. “Questo è bushido”.

Leggi anche “Nobutada”.

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Film: “Fight Club” di David Fincher, tratto dal libro omonimo di Chuck Palahniuk.

Personaggio: Tyler Durden, anti-conformista puro.

Interprete: Brad Pitt.

Scena: Rupert incontra Tyler.

Un’occasione per riallineare le percezioni.

le cose che possiedi ti possiedono.

Chi sei veramente? Rupert? Cornelius? Travis? Un componibile per ufficio? Non sei nessuno, non hai un nome: è questo il vero problema, non il divano nuovo! Non c’è niente che ti differenzia dalla materia che ti circonda, niente ti distingue dai mobili che non riesci a smettere di comprare. Sì, avevi uno stereo piuttosto decente, un guardaroba che stava diventando rispettabilissimo, e avrebbe sicuramente fatto invidia: avevi tutto, è vero, ma c’è un buco nero tra l’avere e l’essere e se mi dimostri il contrario ti compro una mensola per il nobel.

Non mi spaventano i crimini e la povertà, quanto le celebrità sulle riviste, la tv con 500 canali che ogni giorno ci convince che siamo speciali, che ci meritiamo il nome di qualcuno sulle mutande, e che per essere qualcuno dobbiamo raggiungere uno status, riempire il portafogli e quel mucchio di involucri chiamato guardaroba. La pubblicità è il nuovo oppio dei popoli: ci fa fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. “Un salotto che rispecchia meglio la tua personalità” e senti il bisogno di rinnovarti, solo per assecondare il capriccio di appartenere a uno slogan e aggiornare il bio-ritmo con quello delle mode e del mercato. Il piumino è solo una coperta, e di certo non è essenziale alla nostra sopravvivenza nel senso di cacciatore e raccoglitore.

A che mondo sto pensando? A un mondo in cui ti muovi con gli alci tra le umide foreste nei canyon intorno a rockfeller center. Indossi abiti di pelle che ti durano per tutta la vita. Ti arrampichi sulle liane che avvolgono le Sears Towers, guardi giù e vedi minuscole figure che pestano granoturco e posano strisce di carne di cervo sulla carreggiata vuota di qualche superstrada abbandonata. Questo è naturale, non il nostro stile di vita da surrogati.

Fanculo Martha stewart, sta lucidando le maniglie del Titanic. Va tutto a fondo, bello. Devi disintossicarti, devi evolverti. Tutti questi anni a rincorrere la perfettibilità come una carota appesa a un filo, non sei stanco? Io dico non essere mai completo, non cercare di essere un Rupert qualunque.

Forse mi sbaglio, forse è una terribile tragedia.. ma forse è un’occasione per riallineare le percezioni, per iniziare a vivere, per rinascere come Tyler Durden!

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Film: “Fight Club” di David Fincher, tratto dal libro omonimo di Chuck Palahniuk.

Personaggio: Rupert, agente assicurativo (ingranaggio della macchina corporativa).

Interprete: Edward Norton.

Scena: Scena introduttiva, Rupert parla di sé.

Leggi prima “Rupert – Atto I“.

Quanto fa A x B x C?

A-

A casa accendo la lampada a filo rislampa e sfoglio il catalogo IKEA, sul mio divano Ohmashab a strisce verdi della Strinne. Ho tutto, tranne quel tavolinetto a forma di Yin – Yang: lo devo avere! In ufficio – ogni giorno di più – imparo a obbedire senza domande alla cravatta blu fiordaliso del manager-capo e a deprioritare i miei rapporti di conseguenza. Prendo i biglietti aerei che mi catapulteranno in un buco di culo degli Stati Uniti D’America, e la mia anima non fa una piega. Torno a casa e riempio la valigia degli ultimi acquisti Calvin Klein ed Emporio Armani.

B-

Ogni viaggio è una vita minuscola: porzione singola di zucchero, latte, burro, fino al kit per hobby cordon bleau a micro-onde, senza dimenticare i campioncini di collutorio e le persone che incontro: amici porzione singola, con cui passare lo spreco di tempo che ci spetta. Alla minima inclinazione brusca, tutto lascia il posto alla speranza di uno schianto catastrofico.

C-

Mi sveglio all’aeroporto e – mentre la mia vita finisce un minuto alla volta – penso per un istante di quei minuti “se mi svegliassi a un’ora diversa, in un posto diverso.. sarei una persona diversa?”. Apro la rimessa ed entro nel mio lavoro con un pensiero da aforisma “in un’arco di tempo abbastanza lungo, l’indice di sopravvivenza scende a zero”. Guardo la carcassa di macchina fumante di vite bruciate, e svolgo il mio compito di agente assicurativo:

applico la formula: A x B x C = ?

Ho costruito il mio mondo con i mattoni del materialismo e con la calce della sicurezza. Sono uno schiavo, so di esserlo: so che non sono adatto a questa vita. Trovo soddisfazione a essere acuto nel decifrare la realtà e soffro. Questa è la mia morale.

Incontro l’amico-porzione-singola più interessante: Tyler Durden «sai perché mettono le maschere di ossigeno sull’aereo? L’ossigeno ti fa sballare: in un’emergenza catastrofica uno fa grandi respiri di paura. A un tratto diventi euforico, docile, accetti il tuo destino! L’illusione di sicurezza non è solo a 30.000 piedi di altezza: tutti respiriamo paura da quando siamo nati e finiamo per accettare un destino che non avremmo mai voluto».

La mia casa – specchio della mia personalità, piena di condimenti e priva di cibo – esplode. Sulla strada – di fianco al tavolinetto a forma di Yin-Yang esploso – trovo il numero di Marla. La chiamo «che fai non respiri?» dice lei, come se avessi veramente gettato via la maschera ad ossigeno. Non era il numero giusto…

Chiamo Tyler Durden: era il numero giusto.

Leggi anche “Tyler

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Film: “Fight Club” di David Fincher, tratto dal libro omonimo di Chuck Palahniuk.

Personaggio: Rupert, agente assicurativo (ingranaggio della macchina corporativa).

Interprete: Edward Norton.

Scena: scena introduttiva, Rupert parla di sè.

Il vero problema di un uomo senza sonno.

Rupert? Cornelius? Travis? Edward? Chi sono? Sono il narratore, il giunco pensante che stormisce al vento arido della routine quotidiana.

Ho chiuso in un cassetto il sentiero di briciole che portava ai miei sogni e ormai mi sono rassegnato in questa terra desolata oltre il punto di non ritorno. Senza i miei sogni non riesco più a dormire, sento solo il mormorio del mio pensiero che gira come un disco senza musica, e la notte e il giorno hanno lo stesso rumore. Tutto intorno diminuisce di volume, come se fossi foderato di cotone.

Da quanto sono qui? Sei mesi. Sei mesi in questo deserto freddo senza luce naturale. Con l’insonnia non sei mai realmente sveglio e mai realmente addormentato. Nulla è reale e tutto appare lontano: una copia… di una copia… di una copia. Non si muore d’insonnia – mi dice il dottore – eppure è come se ci provassi, come se sperassi di risvegliarmi morto o addormentato.

Un consiglio del dottore mi porta alla chiesa metodista: lì – nel gruppo di sostegno per malati di cancro ai testicoli – conosco Bob, un ex-campione di culturismo divorziato e ripudiato dai figli. Parla con la sincerità di uno che ha perso tutto e la mia coscienza è a brandelli. Mi invita a sfogare le mie emozioni e succede qualcosa, finalmente si sciolgono quelle lacrime che avevo congelato da qualche parte e mi lascio andare.

Dimentico il mio corpo addosso a Bob, e mi concedo di smarrirmi, di spegnere la luce. Ora il silenzio ha smorzato quel rumore che irriga la mia esistenza e mi sento completo. Perdo ogni speranza e trovo la libertà e la mia valeriana: neanche i bambini dormono come sto dormendo adesso. Stare lì pronto a piangere, la mia vacanza. Ogni sera muoio e rinasco, come una farfalla che ridiventa crisalide in un loop che non ha il tempo di avere senso. Almeno mi reggo in piedi, e posso trainare il peso della mia esistenza come tutti i sisifo del mondo.

Finché un giorno – tra le ceneri ancora calde di una mia resurrezione – compare in giudizio Marla Singer, “la gran falsona”, a rispecchiare la mia bugia. La voce del chakra mi dice di respirare, di entrare nella mia caverna a cercare l’animale guida, ma il mio silenzio è intossicato dalle volute di fumo che strisciano dalla bocca di Marla Singer.

La odio e la vorrei smascherare davanti a tutti.. eppure sento che sto sbagliando, che ho fatto un errore a monte, che sto solo fuggendo e il vero problema continua a vibrare.

Leggi “Rupert – Atto II

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