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Archive for 7 aprile 2010

Film: “L’ultimo samurai” di Edward Zwick scritto da John Logan.

Personaggio: Nathan Algren l’ultimo samurai.

Interprete: Tom Cruise.

Scena: la prigionia nel villaggio dei samurai.

L’uomo può cambiare il proprio destino?

Il capitano Nathan Algren era un eroe di guerra alla deriva in una terra di nessuno abitata da incubi e rimorsi. Gli ideali gli erano scivolati di mano per lasciare il posto alla bottiglia, in cui poteva annegare l’alienazione assoluta che come ghiaccio veniva a galla quando vedeva la morte negli occhi delle sue vittime o quando la spada di Damocle solleticava l’istinto di sopravvivenza, sfoderando la paura. Non aveva più niente e – come un equilibrista malfermo sulla corda dell’autocontrollo – si era rassegnato a inoltrarsi lungo la strada della perdizione che lo accompagnava a compiere genocidi su commissione, in qualità di punta di diamante dell’esercito.

È nel suo ultimo lavoro – quando viene fatto prigioniero in un villaggio di antichi e autentici guerrieri – che dà una rivoluzione al suo modello di vita, nel tentativo forzato di adattarsi alla filosofia vigente, che presto scoprirà rappresentare la cruna della sua redenzione morale. Dopo aver combattuto l’astinenza da alcol, impara che la vera guerra è contro la disperazione e l’odio che si sono accumulati come ammenda degli orrori perpetrati.

Impara ad autodisciplinarsi e a centellinare lo studio dell’arte della spada e della vita: una pratica che deve essere vissuta a pieno, arricchendosi di quella dose di unicità che la percezione del momento arreca allo stesso esercizio. Avvertendo la forma si possono cogliere le gradazioni più sottili, segni nuovi così poco diversi che è difficile trovare una parola che li identifichi.

Nathan dirà:

Ci sono tante cose qui che non capirò mai. Non sono mai stato un frequentatore di chiese e quello che ho visto sui campi di battaglia mi ha spinto a interrogarmi sui grandi disegni di Dio, ma c’è indubbiamente qualcosa di spirituale in questo luogo e sebbene possa rimanere eternamente oscuro per me, non posso che essere consapevole del suo potere. So che qui ho conosciuto il primo sonno tranquillo dopo anni.

Ora Nathan ha rinunciato a se stesso, all’illusione della sua vita, e ha abbracciato la nuova filosofia. È un guerriero in cui la vecchia via si è unita alla nuova e in mano stringe una tazza di tè, apprezzandone ogni sorso. Ora Nathan è un uomo nuovo:

Non sa se può davvero cambiare il proprio destino… ma pensa che “fa ciò che può, finché il suo destino non si rivela”.

Leggi anche “Katsumoto”.

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Nobutada

Film: “L’ultimo samurai” di Edward Zwick scritto da John Logan.

Personaggio: Nobutada, figlio di Katsumoto.

Interprete: Shin Koyamada.

Scena: liberazione di Katsumoto.

Cosa vuol dire essere samurai?

Servireè uno dei due cardini del samurai: la Lealtà, da applicare in modo gerarchico. I samurai del villaggio servono Katsumoto – il capo-villaggio – il quale serve l’imperatore Meiji. Se quando la squadra di assassini ninja attacca il villaggio tutti sono disposti a morire per salvare Katsumoto, Nobutada in questa scena non è da meno e – per coprire la fuga del suo capo nonché padre – si sacrifica in un modo tanto eroico, da suscitare commozione.

Questa è la sublime manifestazione della “determinazione nella volontà di morire”. In fondo il samurai vive per morire, attendendo l’attimo apicale che può presentarsi da un momento all’altro: il traguardo che sigilla la sua presenza nel mondo e nella storia. A tale scopo il samurai deve comportarsi in modo ineccepibile, seguendo un rigido codice morale, tutto per non avere rimorsi e potersi abbandonare ad una morte onorevole: il sacrificio.
Il secondo cardine è per l’appunto l’onore, un monolito che non può essere scolpito in nessun modo. “La morte in battaglia è una buona morte” – come dice Katsumoto a Taka, per consolarla della morte di Hirohito – la migliore che si possa desiderare. È il coraggio, che rasenta l’avventatezza e sconfina nella follia: la stessa follia che aveva spinto il generale Custer – “un assassino innamorato della propria leggenda”, come lo definisce Nathan La stessa follia che ha spinto – a trascinare i suoi duecentoundici uomini contro duemila indiani infuriati.trecento spartani a tenere testa a un esercito di un milione di persiani, tanto da fargli perdere il gusto di combattere.

La stessa follia che – in uno dei più famosi episodi della storia giapponese (1582) – spinse tutti i samurai di un castello di Uesugi Kagekatsu a compiere seppuku – harakiri, suicidio collettivo – per non essere catturati dalle truppe di Oda Nobunaga e per gridare i propri nomi: il seppuku era infatti la più onorevole delle morti, perché l’addome era visto come il luogo in cui l’anima e gli affetti si incontravano; un ultimo atto di integrità e fede, che apre la porta a quel giardino di eroi che i posteri dovranno continuare a coltivare.

Samuraivuol direservire”, servire l’imperatore lungo il sentiero del guerriero; vuol dire “dedicarsi anima e corpo a una serie di principi morali, cercare il silenzio della mente e cercare di raggiungere la perfezione della via della spada”.

Leggi anche “Nathan”.

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Film: “L’ultimo samurai” di Edward Zwick scritto da John Logan.

Personaggio: Katsumoto, ultimo erede della dinastia dei Samurai, che ha consacrato la vita al servizio dell’Imperatore e del paese.

Interprete: Ken Watanabe.

Scena: conversazione tra Katsumoto e Nathan nel giardino dei ciliegi.



Cos’è il bushido?

«il fiore perfetto è una cosa rara, se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata»

Questa piccola perla pronunciata da Katsumoto all’inizio della scena è un buon esempio di filosofia zen. È un esempio dell’amore per la natura che si riflette in ogni tempio e in ogni dimora: tutto è curato, solo ciò che è utile, niente è sprecato. È un esempio di minimalismo assurto a canone esistenziale. È un esempio di come tutto ciò che l’uomo fa debba essere affrontato “vitalmente”: sentirsi vivere è uno spreco, ascoltarsi vivere è pienezza, è vero potere.

Un solo elemento dell’immaginazione: il fiore di ciliegio, o la tigre che viene dal sogno. Un solo elemento, una sola nota che – pizzicata – risveglia nella sensibilità una melodia polifonica. Un solo momento che – come una lucciola che si distacca dalla foglia – improvvisamente svanisce.

Sia Katsumoto che Nathan hanno “visto molte cose”, cose che portano a non temere la morte, quasi a desiderarla. Vedere e dare la morte è contro la natura umana e quindi è inevitabile un meccanismo di auto-compensazione per cui anche una parte di te muore: è come la luna piena che si assottiglia, consumata dal lato oscuro. Katsumoto però ha un angolo di pace in cui può trovare sollievo: quel giardino che rispecchia un’intera filosofia.

Ma non si tratta solo di sollievo o purificazione, come noi occidentali potremmo intuire. Il sollievo presuppone un’angoscia che cerca di essere liberata: infatti quando Nathan dice “tutti i soldati hanno incubi”, Katsumoto risponde “solo chi ha vergogna per quello che ha fatto”. È questa la differenza, non si tratta di catarsi: Katsumoto va nel giardino zen per trovare ispirazione, per raggiungere quell’illuminazione che permettere di trascendere la natura umana, fondersi nel fiore raro e riunirsi con gli antenati, come se in un attimo – se lo si sente nel profondo – il tempo e le cose materiali fossero sostituite da una coscienza universale. Chiaramente l’illuminazione richiede un rigorosissimo allenamento fisico e mentale: occorre spogliarsi della natura intellettuale e dissolvere la rete di riferimenti e associazioni che deriva dalla tendenza innata a categorizzare in modo rigido e univoco.

Occorre essere consci dell’inconscio, per poter essere ogni cosa, una qualunque parte del tutto. Il non-pensiero salda il corpo con lo spirito e libera dalla paura della morte. Paradossalmente proprio nella massima realizzazione della vita – l’illuminazione – la vita stessa perde di valore intrinseco: se si è in tutte le cose, si è immortali in quell’attimo in cui tutto si concentra.

Così cambia anche il modo di vedere: i germogli non sono “nel fiore della vita”, ma stanno tutti morendo. È proprio in questa idealizzazione estetica della morte che si può riconoscere la vita in ogni respiro, in ogni tazza di te e in ogni vita che togliamo: la via del guerriero”. “Questo è bushido”.

Leggi anche “Nobutada”.

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